11 gennaio 2012

La Voce di Romagna [07.01.2011]
C’è sempre bisogno di un capro espiatorio. E allora dagli all’evasore
Carlo Zucchi

Neanche due mesi fa Silvio Berlusconi lasciava Palazzo Chigi e tutti noi abbiamo un po’ pensato che il clima politico sarebbe migliorato. Nulla di tutto ciò, eppure un effetto positivo c’è stato: il Cavaliere ha perso il ruolo di capro espiatorio.

Eppure, le polemiche non sono diminuite. Si sono semplicemente indirizzate verso chiunque osi accennare di volta in volta a qualsiasi ipotesi di riforma. E qui i nodi vengono al pettine: in mancanza dello specchietto per le allodole (Berlusconi) gli scontri polemici si dirigono verso la “sostanza delle cose”, ossia laddove vengono minacciati gli interessi più organizzati e perciò da più tempo sedimentati. Il governo ha abolito le pensioni di anzianità? I sindacati si sono rivoltati, soprattutto dopo che si è infranto il “sacro” rito della concertazione. Il governo vuole liberalizzare esercizi commerciali e professioni? Esercenti e ordini professionali insorgono. Il governo accenna a una riforma dell’articolo 18? I sindacati minacciano di tutto, con la solita Cgil che, per bocca del suo segretario nazionale Susanna Camusso, evoca lo spettro di tensioni sociali. Qualcuno pone il problema degli stipendi troppo alti dei nostri parlamentari? La corporazione dei politici, unanime come non mai, non ci sta e senza ritegno alcuno nega la cosa. Del resto, in un paese del tutto alieno alle regole e allo spirito della società aperta, è impossibile aspettarsi qualcosa di diverso dalla difesa ferocissima degli interessi parziali e corporativi.

E in un paese del tutto alieno allo spirito della società aperta è impossibile aspettarsi una visione ampia delle cose che guardi oltre il proprio “orticello”, così com’è impossibile non aspettarsi la ricerca di un capro espiatorio contro cui additare le cause di ogni problema. E in una situazione di grave crisi Cortina d'Ampezzofinanziaria dello Stato italiano, quale miglior capro espiatorio dell’evasore fiscale? Così, nei giorni scorsi, è stata condotta a Cortina un’operazione di indubbio successo sul piano propagandistico. Sul piano effettivo, si vedrà. A me hanno sorpreso non poco i toni trionfalistici di un opinionista acuto ed equilibrato come Pierluigi Battista, che sul Corriere della Sera di giovedì 5 gennaio si complimenta con le “sentinelle del fisco” per l’arguzia e la precisione chirurgica della loro iniziativa. In un paese in cui tra l’accertato e il riscosso c’è una differenza abissale sarebbe il caso di evitare trionfalismi prematuri. Solitamente, il fisco in Italia incassa solo il 10,4% di quello accertato, contro il 94% degli USA, il 91% dell’Inghilterra, l’87% della Francia, l’84% del Belgio, l’81% della Spagna, l’80% della Svezia, il 64% della Romania, il 58% della Turchia, il 44% dell’Albania e il 31% della Grecia. A causa delle lungaggini e delle farraginosità del contenzioso, in cui lo Stato soccombe tra l’altro 3 volte su 5, i procedimenti vanno spesso in prescrizione, mentre come ha ricordato Nicola Porro sul Giornale del 5 gennaio, avere un’auto di lusso a reddito zero di per sé non vuol dire nulla, poiché in Italia non avere reddito non significa non avere patrimonio, in quanto i redditi finanziari (Bot, azioni, ecc.) sono tassati separatamente dalla dichiarazione fiscale. E poi, qualche accertamento sarà fatto pure a capocchia, ma tant’è.

Dal punto di vista propagandistico, invece, il successo è stato innegabile. Il massiccio uso di personale in quel di Cortina per andare a scovare i proprietari di Suv con redditi da travet poteva essere evitato senza spese inutili: bastava incrociare i dati sulle auto costose (presenti nel cervellone dl Pra) con i redditi dei proprietari già in loro possesso. Qualche furbetto l’avranno pure preso, ma l’intento era quello di far vedere che lo stato c’è e lavora per noi. Peccato, però, che quel poco che viene recuperato dalla lotta all’evasione, non vada a diminuire l’onere di chi già le tasse le paga, ma finisce sempre nel calderone di una spesa pubblica fuori controllo. E poi, è bene ricordare che in Italia la pressione fiscale diretta sulle imprese supera il 45% (68% se si somma quella indiretta), contro il 28% della media dei paesi scandinavi, tradizionalmente ad alta tassazione complessiva. In quegli stati, è alta la tassazione sulle persone fisiche, che però è il frutto di un patto (rispettato) tra alte aliquote e un’efficienza nell’erogazione dei servizi pubblici che noi ci sogniamo. Ma in quei paesi hanno capito che solo producendo reddito attraverso basse aliquote sulle imprese possono creare quell’ammontare di risorse necessario ad alimentare un welfare generoso quanto efficiente.

In Italia, invece, decenni di ideologia social-comunista hanno additato le imprese quale causa di ogni male e l’imprenditore come un reietto dedito solo allo sfruttamento e all’evasione fiscale.

Risultato: l’Italia è il paese dell’area OCSE con la più alta tassazione sulle imprese. Così, con un debito pubblico enorme e un’economia strangolata da tasse e burocrazia, ci si riduce a sistemi di controllo da Stato di polizia, su conti correnti e con i limiti al contante a 1000 €, misura che non ha eguali in paesi come Germania, Gran Bretagna e Francia, mentre l’attività delle Fiamme Gialle si concentra sulle aree del nord (evasione stimata al 19% contro il 55% del sud), in base alla logica secondo cui si va a cercare in un certo posto solo perché lì c’è roba da prendere. Infischiandosene bellamente se questa roba è il frutto di quel duro lavoro su cui si fonda la costituzione italiana.

7 gennaio 2012

Corriere della Sera  [04.01.2012]
Uno Stato troppo controllore soffoca i principi liberali
Piero Ostellino

Che piaccia o meno, ci troviamo sul terreno di un malinteso patriottismo: la nazione non si salva con il moralismo

L'asse Roma-Berlino est, KrancicA chi compera un gioiello, il gioielliere non chiede se è per la moglie o l’amante; né il datore di lavoro, per pagargli lo stipendio, pretende che il lavoratore dica come lo spenderà. Nessuno è tenuto a dire perché compra un certo bene, o come usa i soldi che guadagna, e nessuno lo chiede. In una «società aperta», le transazioni intersoggettive – ciò che chiamiamo «negozio» – non sono vincolate ad alcuna giustificazione metagiuridica e/o morale. Non per ragioni moralistiche, ma per la soggettività del concetto di valore – lo scambio è generato da una molteplicità di scopi non prevedibili e non programmabili – che si concreta nella libertà delle scelte individuali e si sostanzia nella limitazione del potere di intervento pubblico.

È, invece, la presunzione di sapere ciò che è rilevante per i singoli individui che giustifica l’imposizione dall’alto di un equilibrio economico generale da parte del pianificatore. Da noi, è la strada sulla quale si sono avviati gli ultimi governi Berlusconi-Tremonti e Monti pretendendo di sapere che cosa fa il cittadino dei propri soldi. Ma per saperlo: 1) hanno tolto, di fatto, dalla circolazione la carta-moneta, che pure lo Stato continua a stampare; 2) hanno equiparato i risparmiatori a criminali; 3) hanno violato un principio di civiltà che ha le sue radici nella tradizione dello Stato moderno; 4) attraverso il controllo dell’uso del denaro, hanno imposto agli individui una gerarchia di fini. Prima di diventare un Paese di socialismo reale, l’Italia annega nel ridicolo. Una signora che, per ritirare poche migliaia di euro dal conto corrente, ha dovuto compilare un modulo, nel quale dire che cosa ne avrebbe fatto, ha scritto: «Servono per le puttane di mio marito e, a me, per mantenere il mio amante». Una pernacchia alla stupidità di Stato.

Mi rendo conto che – difendendo le libertà e i diritti individuali, violati dai governanti e ignorati dai più – rischio di essere io stesso, ancorché per ragioni opposte, fuori dal tempo. Il Paese è in preda alla sindrome del «governo dei migliori» e del «cittadino onesto che paga le tasse» fra una folla di disonesti – per definizione, i ricchi – cui farle pagare due volte e/o tenere in galera finché non confessano ciò che certi pubblici ministeri vogliono sentirsi dire. Ma qualcuno che, nel silenzio complice di gran parte dei media, ricordi che cosa sono la democrazia liberale, lo Stato di diritto e il mercato, e si chieda cosa sta succedendo, ci vuole. Così, pur prevedendo l’indignazione dei benpensanti – che frastornati dal gran polverone, donano entusiasti l’oro alla Patria e rinnegano le libertà di cui ancora godono e che stanno perdendo – e dei miei colleghi «laici, democratici, antifascisti», azzardo due risposte, solo in apparenza contraddittorie.

Prima: perché – a 66 anni dalla caduta del fascismo – molti italiani sono ancora, culturalmente, in camicia nera e vedono nel potere politico un Duce in nome del quale «credere, obbedire, combattere».

Confondono il senso civico – i doveri che, peraltro, non osservano – con la rinuncia alle libertà e ai diritti, che non conoscono. Che piaccia o no, qui siamo ancora sul terreno di un malinteso patriottismo. Un lettore mi ha chiesto se le libertà del liberalismo consistano nel rapinare le banche. Un idiota? No, il figlio della cultura dominante.

Seconda: perché, pur sapendo bene come stanno andando le cose, certi giornalisti non fanno i cani da guardia del potere politico, ma ne sono il cane da grembo. E qui piombiamo nell’utilitarismo – non quello teorizzato dai liberali Jeremy Bentham e John Stuart Mill – come soggettiva motivazione delle scelte individuali di libertà, ma come opportunismo professionale. Costoro sono convinti che, nell’Italia delle corporazioni, del familismo amorale, delle raccomandazioni, ci siano più probabilità di far carriera adeguandosi al vento che tira, invece di pensare con la propria testa, sempre che ne abbiano una, e dire ciò che pensano, sempre che siano capaci di pensare.

Ma mi viene il dubbio che le risposte non siano due ma – come insegna la storia che, nel ’22, di fronte all’emergenza di allora spalancò le porte all’«Uomo della Provvidenza» – ce ne sia una sola. La prima; che le compendia entrambe.

6 gennaio 2012

Gianni Pardo blog [06.01.2012]
I SINDACATI E LA MAFIA
Gianni Pardo

Nel 1974 Edward Heath chiese agli elettori: Who governs Britain?”, chi deve governare l’Inghilterra? La scelta era tra il Parlamento e i sindacati. Gli inglesi risposero: i sindacati. E il povero Paese ripartì per un altro giro di decadenza. Ma poi i minatori colmarono la misura con uno sciopero assurdo, e dopo mesi e mesi di braccio di ferro dovettero arrendersi alla fermezza di Margaret Thatcher. Ciò fece definitivamente cambiare il vento e l’Inghilterra ripartì, ma non per un altro giro di decadenza.

In Italia questo non è ancora avvenuto. Qui i sindacati sono riusciti ad impedire che si desse completa attuazione alla Costituzione per la parte che li riguarda; non hanno mai presentato i bilanci delle loro colossali organizzazioni; si sono sempre comportati come un contropotere con cui il Parlamento doveva fare i conti e che non era responsabile nei confronti di nessuno. “Contropotere” forse non è il termine esatto: quello giusto è potere, nel senso di Montesquieu. In Italia infatti invece di tre ne abbiamo avuti quattro: il legislativo, l’esecutivo, il giudiziario e il sindacale. Con una certa prevalenza degli ultimi due.

I sindacati sono arrivati ad imporre a tutti una sorta di timore reverenziale. Nemmeno i giornali, capaci di mordere chiunque ai polpacci, osano dirne male. Essi comandano anche nelle redazioni, se è vero che un nuovo Direttore deve avere il loro gradimento. Per tutto ciò ha costituito notizia leggere sul Corriere della Sera(“Rito fuori tempo” di Sergio Romano 04.01.12) una semplice, banale verità: è normale che i sindacati siano sentiti dal governo, ma non devono pretendere un “condominio nell’esercizio del potere”. Hanno funzioni importanti, “ma tra queste funzioni non vi è quella di concorrere al governo del Paese”. E invece un ministro che ha osato dire che dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori “se ne poteva discutere”, è stato pressoché linciato. La Costituzione si può modificare (art.138), lo Statuto non si deve toccare.

Il problema è annoso. L’attività istituzionale dei sindacati non dovrebbe avere nessun rapporto né con la politica né con l’attività legislativa e invece la loro pretesa di determinare la linea del governo è stata spesso evidente. E mentre non è reato l’attività antigovernativa, è stato creato un illecito particolare, l’“attività antisindacale”. Se necessario sanzionato penalmente dal magistrato.

Susanna Camusso, segretario generale della CGIL dal 3 novembre 2010La soggezione della nazione, dinanzi a questo potere sovrano, diviene timore reverenziale dinanzi alla Cgil e terrore dinanzi alla Fiom, cui anche gli altri sindacati sentono di dover riconoscere una sorta di primogenitura.

Forse l’insolito coraggio del Corriere della Sera dipende dal fatto che gli italiani, pur mettendoci più tempo degli inglesi, hanno capito che l’alternativa non è più “il governo cede o il governo non cede”, ma “o si calano le pretese o la fabbrica chiude”. In Inghilterra ha vinto il governo, da noi ha forse vinto la necessità economica. Una pura e semplice recessione che non fa sconti a nessuno.

La storia può avere un corollario interessante. Il potere non significa nulla se non può imporre la propria volontà: l’amministrazione della giustizia sarebbe un vaniloquio se, accanto ai magistrati, non vi fossero i carabinieri. Purtroppo lo stesso meccanismo funziona per qualunque organizzazione. La mafia ottiene il pizzo perché l’esperienza ha insegnato a tutti che chi non lo paga può andare incontro a grandi guai. I mafiosi in certi posti comandano perché sono più temibili dello Stato. Il vero potere non deriva dalle norme di legge ma dalla capacità di incutere timore. Ed è questo che ha dato tanto potere ai sindacati.

Temendo l’impopolarità e la sinistra, lo Stato ha a lungo permesso ogni sorta di soperchieria: dal blocco delle strade e delle ferrovie agli scioperi per riottenere la riassunzione di dipendenti ladri. Chi è stato audace ha finito col comandare, chi è stato timido ha dovuto obbedire. E infatti il capo della Cgil è sempre stato più importante di un ministro.

Dunque il “Corriere” si rassegni. È inutile farne una questione giuridica. Se veramente il governo Monti resisterà agli ordini della Cgil non significherà che i sindacati hanno capito che non hanno il diritto di “cogestire” il Paese: significherà semplicemente che le Borse e il tasso di disoccupazione hanno fatto cambiare il vento. A suo tempo la storia ha risposto a Heath che comandavano i sindacati; la recessione – e un erario dalle casse vuote – potrebbero dire ai sindacati che forse loro possono comandare al governo, ma nessuno comanda l’economia.

5 gennaio 2012

www.sbilanciamoci.info  [10.12.2011]
L’euro è salvo. Almeno per qualche giorno
Vincenzo Comito

Spread BTP Bund  del 5 gennaio 2012Un accordo dell’ultima ora forse salva l’euro, almeno per ora. Ma politici e “tecnici” non sembrano in grado di far uscire il mondo dalla trappola in cui esso è stato spinto

“…anche se questo accordo funziona, …non c’è niente che risolva il problema di competitività che tocca i paesi più deboli dell’eurozona o che offra loro qualcos’altro che molti anni di dura austerità…” H. Stewart. “…questa, nella sostanza, è una crisi delle bilance dei pagamenti…” M. Wolf. “…noi non stiamo salvando i greci o gli italiani… noi stiamo salvando le nostre banche (quelle tedesche), noi stessi e le nostre poltrone… la questione è tutta qui…” F.-W. Steinmeier, leader della Spd tedesca. “…la percezione della minaccia di un disastro non sempre è sufficiente a impedire che esso poi accada…” The Economist, a.

 Premessa
Appare ormai possibile, anche se non è certo, dopo le misure prese dal governo Monti, nonché gli accordi del vertice europeo del 9 dicembre, la nuova disponibilità ad ampliare i suoi interventi manifestata inoltre dalla Bce e infine la stessa stanchezza degli operatori, che il sistema dell’euro, almeno per il momento, non vada a pezzi e che la partita sia rimandata per qualche tempo. Certamente, comunque, ha probabilmente ragione Claude Junker quando afferma, appena conclusi i lavori, “…non penso che questo sia l’ultimo vertice per salvare l’euro…”.

Va comunque subito sottolineato al riguardo che, come c’era da aspettarsi, quando gli orizzonti della moneta unica sembrano schiarirsi almeno un poco, si trova sempre una qualche agenzia di rating che cerca di fare del sabotaggio; questa volta è toccato a Standard & Poor’s minacciare di degradare il rating di 15 paesi della zona euro, compresa la Germania e anche quello del fondo salva stati.

Vediamo in ogni modo con qualche dettaglio alcuni aspetti delle misure sponsorizzate dalla coppia Merkel-Sarkozy, certamente, come al solito, non clamorose ma che, unite agli altri interventi per il settore finanziario, potrebbero plausibilmente avere l’effetto di calmare un po’ le acque.

Le misure previste
Si era parlato qualche giorno fa di un possibile accordo Merkel-Sarkozy abbastanza impegnativo e che prevedeva che si arrivasse in tempi brevi a una vera e propria “unione fiscale”, con la quale in sostanza i paesi dell’eurozona, con una parziale perdita di sovranità, avrebbero ceduto i loro poteri di decisione sui rispettivi budget pubblici a un’autorità europea, che avrebbe dovuto essere costituita in prima battuta da un commissario al bilancio; l’unione fiscale si sarebbe basata su delle norme molto stringenti e avrebbe previsto rilevanti sanzioni automatiche per i trasgressori, sanzioni che avrebbero dovuto essere incorporate nei trattati dell’Ue. Le violazioni e le relative penalità sarebbero state decise dalla corte di giustizia europea.

In realtà, l’accordo, frutto del solito compromesso al ribasso tra le esigenze politiche immediate dei due attori principali del gioco, divisi come sempre alla meta, appare per molti versi abbastanza più blando di quanto si era detto. Esso si riduce, nella sostanza, ad alcuni aggiustamenti al patto di stabilità, aggiustamenti che erano in parte stati già previsti nei mesi scorsi anche se resta, tra l’altro, il coordinamento dei bilanci pubblici a livello europeo e la modifica ai trattati. La novità dell’ultimo minuto consiste nel molto discutibile inserimento della golden rule del pareggio di bilancio nella carta costituzionale di tutti gli stati membri.

Sul fronte finanziario si sta intanto portando avanti un intervento di un certo rilievo, anche se un po’ raffazzonato, che prevede contemporaneamente di aumentare, attraverso il ricorso all’indebitamento, il livello delle risorse dell’attuale fondo salva-stati (Efsf), portandolo presumibilmente a circa 1.000 miliardi di euro, di dotare il nascente fondo permanente (Esm), di cui si accelera il varo al luglio 2012, di ulteriori 500 miliardi di euro e di far intervenire, con risorse aggiuntive europee per almeno 200 miliardi di euro, anche il Fondo Monetario Internazionale.

Comunque la novità più impegnativa, che si è manifestata parallelamente all’accordo dell’8-9 dicembre è quella che la Bce, l’unica istituzione che può portare un soccorso immediato alla situazione, si sente a questo punto autorizzata a intervenire in maniera più decisa a soccorso dell’euro. La banca, oltre a tagliare i tassi di interesse, estenderà le modalità di finanziamento a favore del sistema bancario, oggi in grandi difficoltà, intervenendo, tra l’altro, con prestiti sino a tre anni, contro l’anno attuale, mentre potrebbe forse incrementare – ma non è certo – il livello di acquisti di titoli pubblici italiani e spagnoli sul mercato secondario.

Niente peraltro ruolo di prestatore di ultima istanza, così come niente eurobond, tema che dovrebbe forse essere affrontato fra qualche mese in qualche altro vertice.

Si mette comunque alla fine in campo, tra intervento dei fondi e azioni della Bce, un volume di risorse tali da bloccare, almeno per qualche tempo, la speculazione.

Si tratta, complessivamente, alla fine, di misure ancora al di qua di quanto sarebbe veramente necessario, ma appare a questo punto plausibile che tutti, almeno per il momento, compresi i cosiddetti mercati, si dichiarino contenti. Salvo ricominciare ad agitarsi fra qualche tempo.

I problemi della Germania
Sullo sfondo dei nuovi accordi sta, tra l’altro, il problema che l’euro è oggi sballottato tra le rigidità e gli errori della Merkel da una parte e la gravità della crisi italiana dall’altra.

Vediamo un po’ meglio alcuni aspetti di tali questioni.

Sono certamente molte le colpe che sin dall’inizio della crisi si possono attribuire alla Germania e al suo primo ministro per la cattiva gestione della vicenda. In particolare la Merkel si rifiuta di riconoscere l’estensione e la profondità del panico finanziario (The Economist, 2011, a) e sembra gestire gli avvenimenti con molta calma, puntando apparentemente su di una visione di lungo termine, che contrasta comunque con la velocità di reazione dei mercati; la sua strategia di stanare i paesi “canaglia” ha certo prodotto la caduta di cinque governi della zona euro e l’avvio in tutti di piani di austerità molto duri, ma, d’altro canto, con tale tattica dilatoria (troppo poco troppo tardi, come si sottolinea da più parti) si rischia un cattivo calcolo e il precipitare degli eventi a ogni momento. Nella sostanza “la Merkel non sta proponendo un’“…unione fiscale, ma un club dell’austerità, un patto di stabilità in pillole…” (Munchau, 2011) e poco altro. E la crescita?

C’è comunque, per altro verso, da riconoscere che i dubbi tedeschi su di un possibile intervento più incisivo per salvare la costruzione del sistema della moneta unica hanno a che fare con almeno quattro ordini di questioni.

La prima riguarda specificamente il possibile ricorso agli eurobond. È stato calcolato che, in caso di un loro varo, il bilancio pubblico tedesco si vedrebbe gravato di un carico di interessi passivi in più all’anno stimabile, ai tassi attuali, intorno ai 30-35 miliardi di euro.

D’altro canto, l’opinione pubblica tedesca appare molto restia, per alcuni aspetti comprensibilmente, a venire in soccorso di stati supposti “canaglia” come l’Italia e la Grecia, paesi visti come scialacquatori di risorse pubbliche. Essa ha paura che, una volta dato il via all’intervento della Bce e/o degli eurobond, tali paesi possano riprendere tranquillamente le loro pratiche antiche.

Inoltre, memori della repubblica di Weimar, i tedeschi temono lo scatenarsi di una nuova ondata inflazionistica all’allentarsi dei cordoni della borsa.

Infine non bisogna dimenticare che la Corte Costituzionale del paese è un severo custode della sovranità nazionale e che essa appare molto restia a concedere la cessione di poteri e competenze ad autorità sovranazionali.

In ogni caso, l’ultimo accordo di Bruxelles segna un passo in avanti nella affermazione della Germania come leader incontrastato dei paesi dell’euro.

… e quelli dell’Italia
Intanto certamente nelle scorse settimane è stato rimosso, almeno per il momento, uno dei più grandi ostacoli che si frapponevano al superamento della crisi dei mercati, quello dell’anomalia italiana. La caduta di Berlusconi e le misure prese dal governo Monti, con la quinta manovra economica dell’anno, creano un presupposto che era indispensabile per andare avanti. Il governo Monti ha in effetti “normalizzato” con la sua stessa presenza e con le sue misure di intervento la situazione italiana; esso ha svolto diligentemente il compitino che gli chiedevano i cosiddetti mercati, ma la manovra annunciata non è certamente equa, né pone basi adeguate alla crescita dell’economia, come pure era stato promesso. E non ci hanno certo commosso a questo proposito le lacrime della professoressa Fornero.

E non è tutto, perché il governo sta preparando il secondo atto della manovra, quello che prevederà probabilmente un attacco pesante al mondo del lavoro, con delle misure che per ragioni di opportunità non ha ritenuto di includere nel primo pacchetto: troppa grazia.

Monti presenta le sue misure come un prendere o lasciare, come un programma senza alternative rispetto ad un possibile precipitare nel baratro. In realtà c’era un potenziale piano B, basato tra l’altro sull’imposta patrimoniale, sulla vendita delle frequenze tv, sul taglio ai costi della politica e alle agevolazioni del Vaticano, sulla riduzione delle spese militari, su di una rigorosa spending review per quanto riguarda i vari organismi che sono compresi nel settore pubblico, infine su di un molto più convinto intervento sul fronte della lotta all’evasione fiscale.

Che, in ogni caso, la situazione italiana sia drammatica è sottolineato in un recente articolo di N. Roubini (Roubini, 2011), il quale valuta che con i tassi di interesse in essere sul debito pubblico del nostro paese e con gli attuali tassi di crescita del suo pil l’Italia sia condannata a breve termine alla ristrutturazione del suo debito, con il taglio più o meno forzoso intorno al 25% del valore nominale dei suoi titoli.

E in effetti Roubini ha il merito, con il suo intervento, di mettere l’accento sull’insostenibilità della situazione attuale. Non c’è dubbio che se il tasso di crescita del pil si mantenesse agli attuali valori e i tassi di interesse facessero lo stesso, in assenza anche di un livello di inflazione più significativo, i possibili rimedi alla situazione sarebbero confinati a quanto delineato dallo studioso. L’intervento di Bce, Fmi e fondi salva-stati vecchio e nuovo potrebbero dare un po’ di respiro per qualche mese o al massimo per qualche anno alla situazione, ma non risolverebbero quasi niente.

Noi possiamo solo sperare che la crisi nel frattempo si attenui e i tassi di interesse scendano di qualche punto da una parte, dall’altra che si riesca in qualche modo a far ripartire la crescita. Senza sviluppo non sembra esserci scampo; un tasso di aumento del pil di “solo” il 2,5% annuo, accompagnato da un livello di inflazione un po’ più marcato (2,5-3,0%), risolverebbe con il tempo almeno una parte del problema.

Peraltro, conoscendo un poco la situazione del sistema imprenditoriale italiano e valutando i primi atti di questo governo, mi sembra che si tratti di obiettivi molto difficili da raggiungere.

Anche per questo bisogna insistere sulla necessità che a livello di eurozona o di unione europea si riesca a varare un grande piano di sviluppo per i paesi del Sud Europa, il cui problema fondamentale appare ormai quello della scarsa competitività delle loro economie, di quelle difficoltà delle bilance dei pagamenti di cui parla Wolf. Senza un intervento di lungo termine su tale fronte apparentemente nulla salus.

Intanto, comunque, la realtà incalza. Nel gennaio del 2012 vanno in scadenza titoli pubblici italiani per 33 miliardi di euro e in febbraio per altri 48 miliardi (The Economist, b, 2011). Chi sottoscriverà i rinnovi? Basteranno gli accordi appena conclusi a Bruxelles per risolvere il problema?

Punti deboli e questioni irrisolte
Come afferma un autorevole commentatore, ridurre i problemi dell’euro a una questione di scarsa disciplina budgetaria da parte dei singoli stati è probabilmente la ragione per cui tutti gli sforzi per risolvere la crisi sono sino a oggi falliti (Munchau, 2011).

Così l’ennesimo accordo in realtà non fa nulla per risolvere i sottostanti problemi economici dell’Europa, legati alla scarsa crescita, alle difficoltà specifiche dei paesi del sud, all’estendersi della disoccupazione e delle diseguaglianze. Porta soltanto sollievo allo stato di prostrazione del sistema bancario.

In relazione a tutto questo, la crisi europea non passa e appare plausibile che fra qualche mese ci ritroveremo a temere di nuovo per le sorti dell’euro e per quelle del nostro paese. Questi politici e questi “tecnici” non sembrano in grado di far uscire il mondo dalla trappola in cui esso è stato spinto. Il problema dell’Italia, dell’Europa, del mondo sviluppato è in prima battuta la crescita, non il debito. Intanto, in effetti, l’economia reale continua a deteriorarsi.

Così, in mancanza di un serio cambiamento di rotta, ci aspettano probabilmente molti anni di recessione. Gli ingredienti che portano a tale risultato ci sono oggi tutti: tagli alla spesa pubblica, stretta creditizia, crollo della fiducia degli operatori (The Economist, b,2011).

28 dicembre 2011

Daily Wired [16.11.2011]
Il governo di Mario Monti: ecco i ministri. Quanto sono Wired?
Gaia Berruto

Governo Monti

Presidenza del Consiglio e ministero dell’economia: Mario Monti. 68 anni, ex rettore dell’università Bocconi ed ex commissario europeo. Grazie a questa carica fece pagare a Microsoft una decina d’anni fa una maxi-multa da quasi 500 milioni di euro per abuso di posizione dominante.

Ministro dello sviluppo economico, delle infrastrutture e dei trasporti: Corrado Passera. 56 anni, una vecchia conoscenza dei salotti buoni milanesi. È stato co-amministratore delegato di Olivetti quando l’azienda decise di comprimere l’area informatica e allargarsi al settore delle telecomunicazioni, creando Omnitel e Infostrada. È stato ai vertici anche delle altre aziende dello stesso proprietario (De Benedetti), Cir e L’Espresso, per poi occuparsi di banche (Banco Ambrosiano, Banco Posta e Banca Intesa). Il fatto che sia uno dei soci del gruppo Ntv (operatore privato ferroviario capitanato da Montezemolo) potrebbe creare un conflitto di interessi con il suo incarico ai trasporti?

Ministro dell’istruzione, della ricerca e dell’università: Francesco Profumo. 58 anni, ingegnere, docente universitario di Elettronica industriale e presidente del Cnr da agosto. Al Politecnico di Torino ha ricoperto i ruoli di rettore e preside della prima facoltà di Ingegneria. È stato visitor professor alla University of Wisconsin-Madison (Usa), alla Nagasaki University (Giappone), alla Czech Technical University-Prague (Repubblica Ceca) e all’Università di Cordoba (Argentina). È membro dell’Accademia delle Scienze dal 2007 e membro dell’Accademia Europea – Sezione Fisica e Ingegneria dal 2010. Come si legge nel suo curriculum “ I suoi interessi scientifici sono relativi alla conversione dell’energia e alle strutture per l’attuazione del moto non convenzionali. In particolare, negli oltre 20 anni di attività di ricerca, si è occupato della ideazione e della progettazione di sistemi innovativi nel campo dell’elettronica di potenza, dei componenti elettronici di potenza, dei sistemi integrati elettronici/elettromeccanici, degli azionamenti elettrici ad elevate prestazioni, dei controlli digitali per l’automazione industriale, dei sistemi per il condizionamento della potenza e dei sistemi elettromeccanici con strutture e utilizzo di materiali non convenzionali”.

Ministro della salute: Renato Balduzzi. 56 anni, Fino a oggi era a capo dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas).Legato al mondo cattolico, è stato presidente nazionale del Meic (Movimento ecclesiale di impegno culturale). Ora è membro per l’Italia dello European Liaison Committee di Pax Romana-Miic (Mouvement international des intellectuels catholiques) – Icmica (International Catholic Mouvement for Intellectual and Cultural Affairs). Come si porrà nei confronti delle problematiche di bioetica, come per esempio la fecondazione assistita? Ai tempi del referendum sulla legge 40 proponeva l’astensione.

Ministro del welfare: Elsa Fornero. 63 anni, studiosa di sistemi pensionistici e docente di economia all’università di Torino, sul sito del dipartimento si trovano tutte le informazioni relative alla sua formazione accademica. Ha fondato il Cerp (Centre for Research on Pensions and Welfare Policies, Collegio Carlo Alberto) a Moncalieri, di cui è coordinatore scientifico e – fra le altre cose – è membro del Comitato Scientifico dell’Observatoire de l’Epargne Européenne a Parigi. Per darvi un assaggio del suo pensiero questo è un articolo uscito nel 2008 dal titolo: I giovani pensino alla pensione, gli anziani curino il patrimonio. Oggetto della proposta: aiutare i giovani a partecipare consapevolmente, partendo da una sana educazone finanziaria a tutti.

Ministro dell’ambiente: Corrado Clini. 64 anni, finora direttore generale per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia dello stesso ministero. Laureato in medicina del lavoro e in igiene e sanità pubblica – è senior research fellow ad Harvard. È un nome grosso nel mondo delle politiche ambientali italiane: è stato presidente del comitato nazionale di gestione per le attività del protocollo di Kyoto (2005-2009), durante il G8 italiano del 2009 ha lavorato al Forum sulle tecnologie a basso impatto di carbonio (Trieste e Bologna) e ha partecipato al vertice dei ministri dell’Ambiente a Siracusa. A fine novembre, in Sudafrica, ci sarà la conferenza delle parti sul cambiamento climatico (Cop17): che l’Italia prometta un maggiore impegno per ridurre le emissioni di carbonio? E ancora: finalmente premeremo l’acceleratore sulla green economy?

Ministro dei beni culturali: Lorenzo Ornaghi. 63 anni, illustre e pesante nome cattolico. Laureato alla Cattolica di Milano, è rettore di questa università dal 2002 (in pratica da ben tre mandati).

Ministro degli esteri: Giulio Terzi di Sant’Agata. 65 anni, ha rappresentato l’Italia alle Nazioni Unite per diverso tempo ed è l’attuale ambasciatore d’Italia a Washington. In un’ intervista alla Provincia di Bergamo di un paio d’anni fa, raccontava le sfide del suo lavoro così: “ Per consultare in tempo reale una decina di principali interlocutori italiani o stranieri su una questione urgente non devo impiegare più una giornata di telefonate, ma cinque minuti al Blackberry. Così come nella politica, è cambiato il linguaggio della diplomazia. Il meno possibile retorico, metaforico, attorno alle questioni; sempre più concreto, essenziale, mirato al risultato. Essenziale infine è il rapporto con i media: l’opportunità cioè di far conoscere e divulgare le posizioni che si esprimono rispetto ai fatti rilevanti del mondo ”.

Ministro dell’interno: Anna Maria Cancellieri. 67 anni, ex prefetto e attuale commissario di Parma. Proprio da prefetto, ha gestito con mano ferma il caso Raciti (l’ispettore capo di polizia ucciso a Catania fuori dallo stadio) e il commissariamento di Bologna. Ha la passione per il teatro e la lirica

Ministro della giustizia: Paola Severino. 63 anni, avvocato penalista e prorettore vicario dell’Universita’ Luiss di Roma. Inizia la sua carriera universitaria al Cnr, grazie a una borsa di studio. Nella sua carriera ha dato assistenza legale a Eni e Telecom.

Ministro della difesa: Giampaolo Di Paola. 67 anni, ammiraglio e Presidente del Comitato Militare della Nato.

Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali: Mario Catania. 54 anni, finora era a capo del Dipartimento delle politiche europee e internazionali dello stesso Ministero. Un nome che più tecnico non si può.

27 dicembre 2011

RAGIONPOLITICA.it  [30.11.2011]
I criteri Eba, una scure sulle banche italiane
G.T.

European Banking AssociationGeneralmente siamo portati a pensare che un italiano nelle sedi internazionali opportune possa fare meglio gli interessi del Paese, nella speranza che in modo trasparente e compatibilmente con il suo ruolo sia sensibile alle istanze nazionali. Ma quanto accaduto negli ultimi mesi sconfessa questa idea. Si è perpetrato, infatti, un danno alla nostra economia, di cui si stanno già pagando le conseguenze negative, ma che potrebbero acuirsi nei prossimi mesi.

Parliamo dell’Eba, la «European Banking Association», l’associazione bancaria europea, a cui aderisce anche l’Abi, che agli inizi di febbraio di quest’anno è passata sotto la presidenza di Andrea Enria, uomo dalla carriera brillante in Banca d’Italia prima e Bce, dopo. E’ successo che in estate, contemporaneamente all’esplosione della crisi dei mercati dei titoli di stato italiani e spagnoli, l’Eba abbia effettuato i cosiddetti «stress test» su una novantina di istituti di credito europei, riscontrando qualche difficoltà di tipo patrimoniale in pochissimi casi, che non hanno riguardato l’Italia. Ma, con l’intensificarsi della crisi finanziaria, l’Eba ha pensato bene di aumentare i requisiti minimi patrimoniali, imponendo agli inizi di ottobre une Core Tier1 minimo del 9% per tutte le banche. Fin qui, nulla da eccepire, se non nella richiesta di una ricapitalizzazione immediata.

Ma è sui criteri di valutazione degli elementi attivi del patrimonio che si realizza una tragedia per le banche italiane. L’Eba di Enria, infatti, decide che i titoli di Stato debbano essere valutati al prezzo di mercato della seduta del 30 settembre. Pertanto, non più sulla base dell’effettivo valore di rimborso del bond, ma del valore (inferiore) realizzatosi sul mercato secondario. Ora, è di tutta evidenza che i titoli italiani e spagnoli, che dall’estate in poi sono stati oggetto di attacchi speculativi, che li hanno deprezzati, con conseguente impennata dei rendimenti, dovranno così essere svalutati nei bilanci delle banche che li detengono in portafoglio, con contraccolpi negativi sull’entità del loro patrimonio. E le banche italiane, che posseggono alla fine di settembre 160 miliardi di euro in titoli nostrani, sono costrette a effettuare svalutazioni sul proprio capitale, rendendo così necessaria una maggiore ricapitalizzazione, al fine di conseguire l’obiettivo del Core Tier1 minimo del 9%.

Questo è il danno, ma arriva pure la beffa. Sì, perchè i titoli «tossici», ossia quelli legati ai cosiddetti mutui subprime, che nel 2008 scatenarono la crisi finanziaria internazionale, sono stati «graziati» dai criteri Eba, risultando così più solidi, da un punto di vista contabile, dei sicurissimi titoli di stato italiani. La conseguenza disastrosa della decisione dell’associazione presieduta da Andrea Enria è che soltanto alle prime sei banche italiane è stata richiesta una ricapitalizzazione per 14,7 miliardi di euro, pur essendo risultate tra le più solide durante la crisi del 2008 e non avendo necessitato di alcun salvataggio pubblico.

Le banche tedesche, piene zeppe di titoli tossici, così come le colleghe francesi, dovranno, invece, rinfoltire il proprio capitale di soli 5,2 miliardi, non avendo in portafoglio titoli italiani, se non per qualche spicciolo. Un risultato illogico e che sta già avendo conseguenze devastanti sull’economia. Chi si era comportato bene, investendo in titoli sicuri e non nella finanza creativa di Oltreoceano, è stato punito. Al contrario, chi è esposto verso titoli a rischio viene salvato dai criteri di valutazione. Tanto per capire la mostruosità di quello che sta avvenendo in sede europea, basti pensare che oggi è sceso in campo contro l’Eba pure il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che ha diramato dati, che faranno saltare dalla sedia più di un italiano.

Le banche italiane hanno in portafoglio titoli tossici solo per il 6,8% del loro patrimonio di vigilanza (quello valido ai fini Eba), mentre le banche del resto d’Europa hanno in pancia titoli tossici per la bellezza di una media del 65,3% del loro patrimonio di vigilanza. In altri termini, le banche europee sono esposte mediamente a titoli rischiosi per dieci volte in più di quelle italiane, ma paradossalmente sono solo le nostre banche ad essere travolte dalle vendite, in quanto ritenute sotto-capitalizzate. E l’effetto dirompente di questa scellerata decisione è stata per prima cosa la caduta del governo Berlusconi. Vi chiederete, perchè? Agli inizi di ottobre, seppure la tensione sui bond era ancora alta, tuttavia, la situazione andava lentamente migliorando, quando all’improvviso si è scatenata un’ondata di vendite di BTp, che ha portato il differenziale di rendimento tra i nostri decennali e i Bund tedeschi fino a 576 punti base. Si addossò la colpa di tale spread impazzito a una presunta crisi di credibilità dell’allora premier Berlusconi, che fu costretto alle dimissioni. Ma arrivò Monti e lo spread è rimasto mediamente al di sopra dei 500 punti base, segno che il problema non era nella figura del premier. Infatti la nuova ondata di vendite di BTp è dettata ancora oggi dal fatto che le banche europee trovano penalizzante acquistarli, in quanto dovrebbero poi svalutarli da un punto di vista contabile, per adempiere ai criteri di valutazione dell’Eba, e la svalutazione di un titolo comporta la sotto-stima del loro patrimonio, ergo la necessità di aumentare il fabbisogno di ricapitalizzazione, che è un processo costoso.

Pertanto, non è la crisi di fiducia degli investitori che continua a travolgere i nostri bond, se non in piccola parte, bensì una decisione tanto scellerata, quanto illogica, almeno che non la si guardi con gli occhi maliziosi di chi vede dietro tali criteri una volontà di salvare le economie del direttorio franco-tedesco. Perchè mai un titolo di Stato italiano dovrebbe essere valutato a bilancio al prezzo di mercato e non a quello di rimborso? Ci sono per caso dubbi sulla solvibilità del debito italiano? Certo che no, ma proprio l’Eba, così facendo, induce gli investitori a ritenere che i nostri BTp possano subire un taglio del loro valore di rimborso, così come accaduto in Grecia.

Nel frattempo, le banche italiane vedono impennare i rendimenti dei prestiti che chiedono sul mercato, attraverso l’emissione di obbligazioni, che sono ormai arrivati all’8%. Questo è dovuto sia al fatto che i mercati ingiustamente e sulla base dei requisiti Eba le considerano sotto-capitalizzate e più rischiose, sia anche per effetto della maggiore domanda di bond, conseguente alla necessità di finanziare la ricapitalizzazione.

Il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, ha palesato il rischio di un «credit crunch», ossia di un tonfo dell’offerta di credito, dato che le banche sono occupate a investire ogni euro a loro disposizione per aumentare il loro capitale, quando in realtà esso sarebbe già sufficiente. Si pensi solo che Unicredit alla fine di giugno risultava per la stessa Eba possedere un Core Tier1 dell’8,89%, ma un mese fa le è stato chiesto di ricapitalizzarsi per 7,39 miliardi di euro. E così, le banche italiane non effettuano più prestiti a famiglie e imprese e l’economia nazionale si sta avvitando su se stessa, per via di una mancanza spaventosa di liquidità. Non è un caso che l’Ocse preveda uno scenario pessimo per tutta l’Eurozona nel 2012, ma l’Italia sarebbe già in recessione, con un Pil previsto in calo dello 0,5% l’anno prossimo. Se non si fermerà lo scempio di quanto è stato deciso a tavolino dall’Eba, il rischio è di piombare in una recessione non dissimile da quella del 2008-2009, dalla quale non ci siamo nemmeno ripresi. E’ quanto chiede Vegas, che invita tutta l’Italia a chiedere modifiche ai criteri di valutazione, in particolare alla Banca d’Italia. Senza una loro revisione, c’è la sensazione che saremmo destinati a fare una manovra correttiva al mese e quando la mucca sarà del tutto spremuta, ci accorgeremmo di essere rimasti senza latte.

27 dicembre 2011

RAGIONPOLITICA.it  [24.12.2011]
La Germania maschera il suo deficit reale
Francesco Natale

La notizia avrebbe del surreale, se non fosse stata confermata da Eurostat, dalla Facoltà di Scienze Economiche di Friburgo e dalla fondazione berlinese «Marcktwirtschaft» (Economia di mercato): la Germania ha il debito pubblico in assoluto più voluminoso di tutta Europa. Già la Primavera scorsa Eurostat quantificò il debito pubblico esplicito della Germania in 2080 miliardi di euro: il primo debito dell’eurozona a sfondare la soglia dei 2000 miliardi.

Ma la situazione è ben più grave e pericolosa: se è vero, infatti, che il debito pubblico esplicito tedesco ammonta al 85,8% rispetto al Pil, il debito implicito arriva al 111,8%, portando il divario di sostenibilità ad un inaudito 197,6 %. Ne consegue che il fabbisogno di consolidamento tedesco arriva al 4% netto all’anno. Ma che cosa intendiamo per debito implicito e debito esplicito? Il primo rappresenta il bilancio dello Stato e degli enti periferici, il secondo la spesa per previdenza, sanità, assistenza sociale. Parlando di cifre reali ai 2080 miliardi di cui sopra se ne devono sommare almeno altri 5000 per avere una fotografia chiara dello stato effettivo del deficit tedesco: oltre 7000 miliardi di debito reale. Una cifra che pone la Germania sull’orlo del collasso nonostante la sua tanto decantata virtuosità.

Ma come è possibile che la spesa assistenziale e previdenziale raggiunga una tale spropositata entità? E’ necessario sfatare un mito (l’ennesimo, a dir la verità…): il welfare tedesco, tanto ammirato anche e soprattutto dai tecno-europeisti italiani, è tutt’altro che efficiente. Fa acqua da tutte le parti, anzi. Una distinzione preliminare innanzitutto: quella che noi in Italia chiamiamo «pensione» in Germania si divide in due ben distinte categorie, ovvero «Pensionen» e «Renen». La prima, più assimilabile alla nostra pensione, è destinata solo ed esclusivamente agli ex dipendenti pubblici e risulta particolarmente cospicua: 103.700 fruitori (circa il 15,82% dei beneficiati) percepisce oltre i 3500 Euro mensili, seguiti in percentuale dagli oltre 90.000 che percepiscono circa 2700 euro mensili e dai 77.000 (11,75%) che arrivano ai 2250 euro al mese. In coda abbiamo 9600 ex pubblici dipendenti (appena l’1,46%) che arrivano ai 1000 euro mensili. Complessivamente i fortunati «Pensionare» tedeschi sono circa 650.000. Discorso assai diverso per i «Rentner», ovvero i fruitori di trattamento previdenziale generico: il 46% di questi ultimi infatti non arriva a percepire 700 euro mensili. L’8,37% (1.139.178 individui per la precisione) prende meno di 150 euro al mese (!!!). I «Rentner» più fortunati, appena 26.545 (lo 0,20%) arrivano a circa 2100 euro al mese.

Ora, va da sé che non è immaginabile vivere in un Paese come la Germania, ove il costo medio della vita è molto alto, con cifre esigue al limite del ridicolo (o, meglio, del tragico…), quindi come fanno a campare i poveri (per davvero!) pensionati tedeschi? Semplice: subentra l’assistenzialismo di Stato che integra le magrissime entrate dei «Rentner» al fine di garantire loro la sussistenza e nulla di più. Questo consente al governo di mascherare una spesa corrente effettiva allucinante (circa 5000 miliardi, appunto) come uscita formalmente non incidente sul debito pubblico esplicito dello Stato: una vera e propria cosmesi di bilancio finalizzata a simulare l’adempimento pieno ai parametri di Maastricht. Parametri peraltro ideati e organizzati dalla Germania stessa e che a tutt’oggi non prevedono la valutazione del divario di sostenibilità complessivo (debito esplicito+debito implicito) al fine della valutazione di congruità del bilancio di un paese, ma prendono in esame, guarda caso, solo il debito implicito.

Ecco come si spiegano la rigidità e il granitico immobilismo della Cancelliera Merkel riguardo a tutte quelle iniziative, ispirate a profonda ragionevolezza ed elementare buon senso economico, che bisognerebbe porre in essere per fare attivamente fronte alla crisi, dal rendere la Bce prestatore di ultima istanza (quindi garante dei debiti sovrani) all’emissione di Eurobond che garantiscano rendimenti se non da Lotteria Italia almeno moderatamente proficui.

L’apparente severità da parte di Angela Merkel nei confronti degli altri Stati dell’Eurozona, Italia in primis, non è determinata pertanto dal disdoro, tipicamente luterano, nei confronti di coloro che non hanno svolto il proprio dovere, quanto più da una situazione di oggettiva sofferenza economica in cui la (ex?) «locomotiva d’Europa» versa. Sofferenza che non trova certo giovamento nella serie di manovre economiche che, anziché contenere il debito pubblico, lo hanno ulteriormente espanso: ad esempio la manovra finanziaria tedesca per il 2012, approvata pochi giorni fa, aumenta il debito pubblico da 20 a 26 miliardi di euro, prevedendo tra le altre cose un cospicuo aumento di 600 Euro mensili per le ricche pensioni degli alti burocrati di Stato (fonte: Bild Zeitung). Una mossa certamente poco popolare che contribuisce ulteriormente a spiegare la serie infinita di debacle elettorali che il partito della Merkel ha sistematicamente subito durante gli ultimi anni.

Questo detto, sulla base della valutazione del debito reale, come sta l’Italia? Ebbene, non ci crederete, ma gli stessi organi che hanno evidenziato lo stato di sofferenza della Germania indicano nell’Italia il paese più virtuoso d’Europa! A fronte di un consistente debito pubblico esplicito del 120%, infatti, il nostro debito implicito ammonta solo al 28%, per un divario di sostenibilità complessivo del 148%, comportando così un fabbisogno di consolidamento al 2,4%, circa il 40% in meno rispetto a quello tedesco. Incredibile a dirsi, siamo il Paese in assoluto più stabile di tutta l’Eurozona. In conclusione, quindi, una domanda prettamente politica che tutti dovremmo porci: a fronte di dati oggettivi sostanzialmente contraddittori rispetto alla vulgata corrente che ci ha conculcato l’immagine di un’Italia destinata al «collasso greco», chi ha realmente tratto giovamento da una rappresentazione del nostro Paese così falsa e distorta?

Deutschland

27 dicembre 2011

La Voce di Romagna
La sinistra e il razzismo: doveroso lo sdegno, meschino il suo sfruttamento cinico [21.12.2011]
Carlo Zucchi

Gianluca CasseriPer quanto si possano registrare divisioni su come affrontare il problema immigrazione, non sembra azzardato affermare che i sentimenti di sdegno e di condanna nei confronti di Gianluca Casseri per l’uccisione dei due ambulanti senegalesi abbia accomunato la stragrande maggioranza degli italiani sinistri o destri che siano.

Proprio per questo, le strumentalizzazioni politiche seguite alla strage, culminate nella manifestazione di sabato 17 dicembre, appaiono davvero meschine e prive di ogni decenza. Mai come in occasione di questa strage orrenda, tirare fuori il razzismo è del tutto fuori luogo. L’azione di un uomo palesemente disadattato con problemi a relazionarsi con il prossimo (ma non per questo incapace di intendere e di volere), culminata con una tragedia, è stata sfruttata propagandisticamente con un cinismo intollerabile dalle vestali dell’antirazzismo, che sono partite in quarta. E così, si è messa in moto la macchina della piazza, da sempre ben oliata e alimentata dalla disponibilità di un popolo (bue) di fedeli – quello della sinistra – sempre pronto a scattare sull’attenti a ogni schioccar di dita dei caporioni dell’ex-Pci.

Infatti, Bersani era lì a sfilare, con a fianco Vendola, che ha approfittato del momento per invocare io diritto di voto agli immigrati. Senza entrare nel merito della cosa, quel che va rimarcato è che la partecipazione alla manifestazione per commemorare la morte di un uomo non dovrebbe fungere da teatro per rivendicazioni e dovrebbe essere vissuta in silenzio, scansando i microfoni in segno di dignità e dolore. Sempre che il dolore per la morte delle persone in questione sia sincero. Ma lo spettacolo osceno offerto sabato dai leader della sinistra fa sospettare del contrario. Sospetti infondati, per carità, ma in tal caso si eviti di far propaganda a sproposito e non si utilizzi i cadaveri di due ambulanti per scaraventarli contro la parte politica avversa, con cui si sta condividendo un’esperienza di governo, tra l’altro.

Si è inveito contro il centro culturale di destra Casa Pound, reo di aver ospitato il Casseri in qualche occasione, come se i membri di Casa Pound fossero tenuti a sapere che di lì a qualche anno sarebbe andato giù di testa prendendo a fucilate il primo africano che incontrava sulla sua strada. Va bene che per le persone di destra vale il motto “non potevano non sapere”, però mai i centri di Casa Pound si sono segnalati per essere focolai di violenza, a differenza dei centri sociali a cui la sinistra politica e giudiziaria assicura da quarant’anni la più schifosa e ignobile impunità. Anzi, a Bologna, capitale culturale della sinistra, ufficiale e sovversiva, la sede di Casa Pound è stata data alle fiamme il 9 giugno 2009 mentre c’erano persone dentro ed è stato un miracolo che non sia morto nessuno. Chi sia stato nessuno lo sa e non sembra che ci sia molta curiosità di saperlo. Scommettiamo che se fosse morto qualcuno di sfilate non ne avremmo viste? E che dire del linciaggio a cui è stato sottoposto Camillo Langone, contro il quale si è persino invocato l’intervento dell’ordine dei giornalisti, dopo che sul Foglio aveva giustamente segnalato che se un italiano ha sparato a dei senegalesi, ciò non autorizza altri senegalesi a danneggiare motorini e cartelli stradali, gridando slogan carichi di odio e costringendo i negozianti ad abbassare le serrande? Quando Langone pretende “Che su questa vicenda dagli inquietanti tratti italofobi venga fatta piena luce, evidenziando omissioni e complicità a ogni livello, anche istituzionale”, beh, io lo pretendo con lui. E anzi, aggiungo che più che prendersela con qualche membro della comunità senegalese sarebbe ora di puntare il dito contro quel canagliume mediatico alimentato da un’intellighenzia di sinistra sempre più becera e faziosa, ormai abbandonata all’uso di una violenza verbale cieca e belluina che finisce per contagiare una sinistra politica senza spina dorsale piena di burocrati di partito buoni a nulla e capaci di tutto.

Una sinistra che, dopo l’interregno montiano, si prepara a tornare al governo sospinta dal fallimento dell’epopea berlusconiana e dallo spostamento “a sinistra” delle idee della gente, avvenuto un po’ in tutto il mondo per effetto della crisi in atto. Una sinistra che sta ritirando fuori dai cassetti le antiche “certezze” comuniste, momentaneamente riposte in seguito al crollo del Muro di Berlino, e ne sta inventando altre come il razzismo, tanto più efficaci quanto più è falsa la loro esistenza.

 

21 novembre 2011

Trend on Line [21.11.2011]
I piani della regina di Eurolandia per i suoi sudditi
Alessandro Fugnoli

Angela Merkel Nicolas SarkozyE’ dai tempi delle grandi monarchie idrauliche della Mesopotamia e della Cina che si è iniziato a regolare i fiumi. E’ anche da quei tempi che le inondazioni sono sempre più violente. Quando infatti un fiume ha tanti punti di sfogo, come è tipicamente prima degli interventi umani, l’uscita dall’alveo è frequente ma è anche diffusa. Quando all’opposto il fiume è completamente regolato, i disastri sono rari, ma concentrati nello spazio e molto più gravi.

Più un sistema regolato è complesso e privo di ridondanze più tende a un certo punto a collassare su se stesso. Per evitare l’implosione il sistema produce spontaneamente, quasi istintivamente, una o più valvole di sfogo in cui le sue regole sono attenuate o sospese. Anche gli stati nazionali più trasparenti e fondati sulla certezza del diritto si dotano di zone grigie per gli arcana imperii. James Bond ha licenza di uccidere e salva la Corona.

Gli Stati Uniti hanno una costituzione di poche paginette, 8 articoli e 27 emendamenti. Le disposizioni sono spesso così generiche da essere tuttora perfettamente funzionanti. L’Europa, kantianamente innamorata delle regole, ha provato a darsi una costituzione di 884 pagine e il risultato è che non è nemmeno riuscita ad approvarla.

L’acquis communautaire, l’insieme delle norme che regolano l’Unione, avrebbe potuto ispirare un racconto di Jorge Luis Borges, con un protagonista che inizia fin da bambino a studiarlo pur sapendo che non arriverà mai alla fine, perché la produzione di nuove regole è più veloce della sua capacità di lettura.

Soffocata dalle sue regole e ormai incapace di decidere su qualcosa che non sia la forma di una pizza e la lunghezza di un cetriolo, l’Europa sta consegnando il potere di ultima istanza (quello vero) al direttorio franco-tedesco e al potere discrezionale della Bce di tenere in vita gli stati dell’Eurozona. Il direttorio franco-tedesco è un organismo non previsto dai trattati in cui la signora Merkel spiega a Sarkozy quello che dovrà dire in conferenza stampa e Sarkozy ottiene in cambio qualche concessione per la Francia. Il Consiglio Europeo e l’Eurogruppo ratificano le decisioni della signora Merkel senza cambiarne una virgola. La differenza con il Soviet Supremo è che non c’è la standing ovation.

La signora Merkel detiene quindi il potere legislativo europeo. Il potere esecutivo la signora Merkel lo detiene indirettamente e lo esercita attraverso la Banca centrale europea. Il board della Bce è naturalmente formato da persone di grande valore, ma quello che Draghi chiama il remit, ovvero l’ambito d’azione, è quello delle regole scritte e soprattutto non scritte stabilite dalla Germania.

Questa è la costituzione materiale dell’Europa. Una monarchia assoluta in cui non c’è violenza e tutto è consensuale. Non è la Merkel a prevaricare, sono semplicemente spariti tutti gli altri. La signora Merkel è abbastanza soddisfatta di come stanno andando le cose. La Grecia è stato uno spiacevole incidente, ma l’Italia e la Spagna stanno velocemente mettendosi in regola. Irlanda e Portogallo hanno accettato da tempo di soffrire e si stanno comportando bene. La Francia cerca di darsi un tono e passa da una manovrina all’altra. Ne dovrà fare tante, pensa la signora Merkel, ma basterà fare leva sul suo orgoglio. Alla fine, grazie allo spread, anche i francesi andranno in pensione a 67 anni.

La signora Merkel è leggermente preoccupata, ma non tanto, dalla recessione in cui è entrata l’Europa meridionale. L’Italia pagherà il prezzo più alto, con una contrazione del Pil dell’uno per cento e forse anche di più. Compreranno meno automobili tedesche, pensa la Merkel, ma reggeranno loro e reggeremo noi. La Spagna avrà una nuova maggioranza, fiscalmente rigorosa. Se gli spagnoli, con il 21 per cento di disoccupati, si scelgono un governo che taglierà la spesa pubblica e sono contenti, allora anche noi tedeschi siamo contenti. E poi insomma, che non si sappia troppo in giro, ma la Spagna, come nota maliziosamente Junker, ha meno debito della Germania.

La signora Merkel sa di avere usato la mano pesante con l’Italia. Svuotare di senso i Cds  (stabilire cioè che la ristrutturazione del debito greco non è un default e non fa quindi scattare la copertura assicurativa dei Cds) ha indotto le banche francesi e tedesche, che avevano Btp assicurati da Cds, a vendere i titoli italiani. Anche la regola caduta dal cielo, quella di valutare improvvisamente a prezzi di mercato i titoli italiani che fino al giorno prima potevano stare a bilancio a 100 (o al costo) ha accelerato il fuggi fuggi.

Il rubinetto che da luglio allaga il mercato di Btp rimarrà quindi aperto ancora almeno un paio di mesi se le banche francesi e tedesche continueranno a vendere al ritmo delle ultime settimane. Lo spread, per forza di cose, non calerà molto.

La signora Merkel, consigliata da Schauble, aveva pensato di dare un aiuto all’Italia (che dovrà sopportare tasse, tagli, recessione, spread e molte prediche in un colpo solo) potenziando l’Efsf. Deciso in luglio, approvato ai primi di ottobre dai 17 parlamenti europei, visionato dalla Corte costituzionale tedesca (che funge ormai da corte suprema europea), approvato solennemente dal Consiglio europeo, l’Efsf 2.0 a leva controllata è stato visto l’ultima volta la sera del 27 ottobre a Bruxelles. Da allora nessuno ne ha notizia. Il governo slovacco si è sacrificato per lui (la signora Radicova ha dovuto dimettersi), sembrava della massima urgenza approvarlo, questione di vita o di morte. Ed ecco che è sparito.

E’ successo probabilmente che la signora Merkel si è resa conto che combattere le guerre stellari contro i mercati con un tram (l’Efsf dovrebbe chiedere il permesso al Bundestag e alla Corte costituzionale tedesca anche per ordinare un caffè) è impossibile. L’Efsf 2.0 potrà entrare in funzione più avanti, quando le banche francesi e tedesche avranno finito di vendere i loro Btp e la situazione sarà tornata più calma. Per il momento è meglio utilizzare la Bce, che sta all’Efsf come la Delta Force sta alla bocciofila del circolo dei veterani. Nell’Europa delle regole la Bce agisce con la massima discrezionalità e fa quello che vuole. La Bce parla e scrive in inglese ma pensa in tedesco e la signora Merkel è molto tranquilla e la lascia lavorare.

La Bce è spesso descritta come il parente povero della Fed. E’ così in tempi normali, ma nello stato d’eccezione vigente i suoi poteri sono enormi. La Bce regola il flusso nella flebo che tiene in vita un numero crescente di paesi ed è in grado di condizionarne le scelte politiche. Bernanke non osa nemmeno sognare un potere simile e in più deve fronteggiare un dissenso interno che ogni giorno lo critica dai giornali e dalle televisioni. Lo stesso accade nella Bank of England e perfino nel consensuale Giappone.

Si dice in questo periodo che l’euro salterà se non si trasforma la Bce in prestatore di ultima istanza o se non si adotterà una tesoreria europea unificata che emetta eurobond. La signora Merkel, che a scanso di equivoci ribadisce la sua posizione ogni mezz’ora, dice no alla prima ipotesi e ni alla seconda.

Nella modifica dei trattati europei che la signora Merkel sta scrivendo (tutto a lei tocca fare) è molto difficile che vengano cambiate le regole della Bce. In compenso già dal 9 dicembre verrà tracciato il percorso verso l’approvazione preventiva centralizzata dei bilanci nazionali che potrà includere, a regime, l’emissione unificata di eurobond. La Merkel conta molto su questo effetto annuncio, teoricamente di portata storica ma con valuta differita, per calmare i mercati. Vedremo.

Nel frattempo la Bce continuerà a negare di essere prestatore di ultima istanza, continuerà ad affermare che non andrà avanti all’infinito a comprare Btp e continuerà a comprarli. Per ora detiene probabilmente il 6-7 per cento del debito pubblico italiano e dovrà nei prossimi mesi raddoppiare o forse triplicare il suo sforzo. Le banche francesi e tedesche che vendono i Btp riducono in parte il loro attivo tout court e in parte depositano il ricavato presso la Bce, che le remunera allo 0.50 per cento.

Nell’Europa che non ama i fondi hedge, la Bce diventa il terzo grande hedge fund del pianeta e si indebita a leva allo 0.50 per tenere titoli che rendono il 7.30. Il 7.30 sarà pagato dai contribuenti italiani e l’utile dell’operazione conseguito dalla Bce verrà distribuito in tutta Europa, Germania inclusa. Un altro hedge fund è la Fed, che paga 0.25 e incassa 10-15 volte tanto dai titoli che compra dalle banche. Il fondo più grande di tutti sono gli Stati Uniti nel loro insieme. Si indebitano massicciamente a tasso zero verso l’estero e investono il ricavato in attività produttive in giro per il mondo con un ritorno elevato.

Chi investe dovrà fare i conti con la pressione sugli spread ancora per qualche tempo. Questo significa ansia, volatilità e scarsa possibilità di vedere i Btp ritornare ai livelli di due mesi fa. L’euro (inteso come unione monetaria) riuscirà per questa volta a restare in piedi. Lo dice anche Feldstein, che non lo ama affatto. L’euro (inteso come valuta) continuerà a indebolirsi. L’azionario globale, in particolare negli Stati Uniti, rimarrà sostenuto da un’economia che (in America e in Asia) continua a reggere e dal posizionamento molto prudente dei portafogli.

Alessandro Fugnoli, strategist e autore della newsletter “il rosso e il nero” entra nel 2010 a far parte del team Kairos, una delle poche realtà completamente indipendenti nel settore del risparmio gestito italiano. Fugnoli, milanese, laurea in Filosofia alla Statale di Milano, ha ricoperto dal 2001 presso Abaxbank il ruolo di Head of Research e Investment Strategist. Kairos, che ha sedi nelle principali piazze finanziarie internazionali, è stata per 5 anni migliore società di gestione in Italia secondo il sondaggio internazionale Extel e gestisce complessivamente una massa di circa 5 miliardi di euro.

23 ottobre 2011

IL FOGLIO.it [18.10.2011]
Fate parlare gli indignati e capirete la vera ragione per cui sono precari
Pietrangelo Buttafuoco

Troppo comodo trasformare in fascisti i “compagni che sbagliano”, gli incappucciati che si prendono i cortei per fare la festa agli indignados. Troppo facile, poi, risolverla con lo sfascismo. In questa vicenda di borghesi stradaioli non c’entra nulla, infatti, il santo manganello. Non c’è il Novecento, non c’è la “Rissa in Galleria” e neanche “Città che sale”. Tutt’al più c’è quell’Ecce Homo di Marco Pannella scaracchiato da una manica di benpensanti giacobini.

In attesa che ci scappi il morto è bene che si sappia che in queste stupide lagne giovanilistiche – cui può benissimo fare il paio la dichiarazione di Mario Draghi, ben lieto di scivolare dentro la demagogia – non c’è una sola scazzottatura, non un solo frammento dell’Avanguardia storica e sempre restando in attesa che ci scappi il morto si può stare sicuri di un fatto: neppure la ribellione delle masse può cominciare da piazza San Giovanni perché se solo ci fosse stata una goccia di olio di ricino si sarebbero sentite le note di “Rusticanella”, la marcia della marcia su Roma.

Troppo comodo, poi, pensare che possano fare epoca. Sarà globale, infatti, la mobilitazione – ci sarà tutta una canea a muoversi – ma tutti questi indignados sono così a corto di concetti, di parole e di raziocinio che è proprio un’esagerazione andargli addosso con gli idranti della forza pubblica. E’ sufficiente farli parlare. Di tutti questi indignados, infatti, quelli interpellati a caldo, dopo gli incidenti di sabato – ma anche a freddo, a bocce ferme – non ce n’è uno che sappia fare la “O” col bicchiere. Il povero David Parenzo, in collegamento dalla piazza ancora rovente per “In Onda” su La7, dai leader raccolti intorno al suo microfono non riusciva a cavargli un costrutto che fosse uno, due parole messe in croce, tre neuroni in grado di sostenere una spiegazione del loro essere indignati. Stessa fatica per Bianca Berlinguer, sempre in collegamento con i giovani indignati al Tg3 “Linea notte”, che non riusciva a farsi dare una frase di senso compiuto da questi avanguardisti, incapaci perfino di dare una risposta a Mario Draghi.

Certo, troppo comodo fare gli stronzi, come stiamo facendo, con dei ragazzi precari che non hanno potuto coltivare la consecutio temporum a causa dei tagli imposti alla scuola pubblica dalla Mariastella Gelmini. Troppo comodo, forse, fare dei paragoni storici perché, insomma, se non hanno la caratura degli Adriano Sofri e dei Tino Vittorio, se non si sono esercitati nella traduzione dall’italiano in latino dei “Pensieri” di Mao nelle aule di Ettore Paratore, se non hanno alle spalle “Gioia e Rivoluzione” degli Area ma sono soltanto pecorelle della farneticazione global, amplificata tanto da Internet quanto dagli incappucciati, indignados assai impazienti, ecco: non solo fa impressione vedere quanto siano ignoranti, ma non sono neppure antagonisti. Altrimenti la guerra alla finanza internazionale la farebbero con i libri di Massimo Fini se non proprio con i “Cantos” di Ezra Pound o con “Cavalcare la Tigre” di Julius Evola. E vederli, come si vedono, con quel puzzolentissimo libretto di Stéphane Hessel, “Indignatevi”, li condanna definitivamente alla pochezza del gregge, tutto un belare in sottovuoto marketing. E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione.

E non producono estetica, infatti, questi indignados – come possono fare i loro coetanei nelle banlieue di Parigi con tanto di film come “L’odio” di Mathieu Kassovitz, con Vincent Cassel – e non avranno mai l’avventura di fare la rivolta, come accade in Egitto dove però, signori miei, nei pressi del Canale arrivano le motovedette della Repubblica islamica dell’Iran, altro che i contestatori della Val di Susa.

Non sono antagonisti, infine, perché è troppo comodo fare la rivoluzione con la corda dimenticata nei magazzini del signor Lenin. E se non si riesce a farsela vendere, la corda, dagli stessi capitalisti destinati a farsi impiccare ma tanto più ad arricchirsi, non si può restare a farsi aspergere con queste polluzioni dei giovanotti borghesi in attesa che la rivoluzione trovi una propria lingua perché il linguaggio, intanto, ha retrocesso tutti i bennati d’occidente nel balbettio mondialista e i peccati contro lo spirito del male, si sa, non si perdonano in questo mondo.