2 febbraio 2010

La tirannia della penitenza – Guanda 2007
Pascal Bruckner
Cap. 3, La fonte dell’innocenza ritrovata -  p.87

… A coloro che hanno perduto ogni speranza nella sovversione e che non si accontentano della civetteria con cui si veste il subcomandante Marcos resta, per estinguere la propria sete di assoluto, un ultimo buon selvaggio: il palestinese. È lui la grande icona cristica, l’oppresso degli oppressi il cui processo di beatificazione va avanti da trent’anni. E il fatto che la sua situazione non sia per niente migliora ta permette di mantenere viva la rivolta ch’egli incarna. Fin dal 1974 Jean Genet, il quale ha cantato nelle sue opere la bellezza delle SS, dei criminali, degli assassini, delle Black Panthers, dei fedayin, precisava in un’intervista con Tahar Ben Jelloun: «Perché i palestinesi? Era del tutto naturale che andassi non solo verso i più sfavoriti, ma anche verso coloro che cristallizzano al massimo grado l’odio dell’Occidente». Il fatto è che nei palestinesi o piuttosto nell’idea mitica che ci si è fatta di loro si trovano congiunti due elementi favorevoli a questa cristallizzazione: sono poveri, di fronte a un pugno di colonizzatori provenienti in gran parte dall’Europa; sono in maggioranza musulmani, ovvero membri di una religione vista da una parte della sinistra come la punta di diamante dei diseredati. E così che questo interminabile conflitto è diventato, dagli anni Ottanta al 2000 – e mentre gli orizzonti rivoluzionari si andavano restringendo -, la causa inattaccabile scelta da un certo progressismo orfano. La cosa stupefacente è che la preferenza di una minoranza possa essere diventata un’opzione maggioritaria, abbia trovato l’appoggio delle più alte sfere del potere (almeno in Francia e in Europa occidentale) al punto da modellare la mentalità di un’intera epoca.

Quale centralità per il Medio Oriente?
Poche cose sono più sorprendenti per un osservatore, infatti, della straordinaria mediatizzazione di cui gode questa regione del mondo da tanti anni a questa parte. Come se le sorti del pianeta si giocassero interamente in questo fazzoletto di terra tra Tel Aviv, Ramallah e Gaza.

La condanna delle azioni di Israele è innanzitutto una forma di ossessione nei suoi confronti; è una mediatizzazione paradossale perché non insegna nulla nel senso stretto del termine, ma si accontenta di rafforzare lo stereotipo del confronto tra uno stato coloniale e razzista arrivato tardi nel mondo arabo (1948), e un popolo oppresso e privato di ogni cosa. In questo senso, è stato rivelatore il modo in cui si è parlato della seconda Intifada, a partire dal 2000: un cliché che metteva l’una contro l’altra le forze dell’Oppressione e quelle della Resistenza. Questo flusso continuo di notizie – non manca giorno senza che ci vengano dati minuziosi resoconti delle angherie dell’esercito israeliano – si è accompagnato tuttavia a uno stupefacente disconoscimento delle realtà in campo. Si è assistito, in televisione e nei media, a una sovrainformazione che ha prodotto ignoranza. Che stupore, per esempio, nello scoprire all’indomani della morte di Yasser Arafat, l’11 novembre 2004, per bocca degli stessi leader palestinesi, che la militarizzazione dell’Intifada era stata un terribile scacco e che aveva lasciato la società esausta e sull’orlo della guerra civile; che aveva portato inoltre con sé una crescente persecuzione dei cristiani, costretti a fuggire o a dar prova di un nazionalismo estremo, e aveva messo in luce la corruzione di Al-Fatah: tutto questo senza scalfire minimamente il morale dello stato ebraico. E il disappunto non fu solo dei militanti, ma soprattutto dei corrispondenti della stampa estera, colti da una totale smentita. Che sorpresa scoprire che il vecchio Arafat, in apparenza favorito dagli dèi e sfuggito a tanti agguati, era un cesellatore di doppiezze, un uomo il quale aveva incarnato la lotta nazionale palestinese tanto quanto l’aveva sabotata, silurando i negoziati di Camp David nel 2000! Non parliamo poi della demonizzazio ne del «macellaio» Ariel Sharon (i giovani ebrei aggrediti nei licei francesi in quegli anni venivano tacciati di essere «sharognes» o «sharognards»), il che ha impedito di rendersi conto che si stavano preparando il ritiro da Gaza, l’esplosione del Likud e la contrazione delle tesi espansioniste della Grande Israele. Pur senza mentire consapevolmente, i giornalisti si erano lasciati accecare dalle proprie convinzioni; avevano visto nella realtà solo la proiezione dei propri fantasmi.

Il sostegno concesso ai palestinesi non muove dal desiderio di aiutare esseri umani in carne e ossa, ma anche idee: su questa sponda del Mediterraneo, gli intellettuali, gli scrittori, i politici preferiscono regolare i loro conti con la cultura occidentale, piuttosto che interrogarsi su uno specifico antagonismo – un litigio condominiale tra due proprietari ugualmente legittimi, come l’ha definito Amos Oz. Poco importano le sorti reali di milioni di uomini e di donne sottoposti a quotidiane umiliazioni e a condizioni di vita precarie, poco importa il nostro atteggiamento remissivo nei confronti del terrorismo palestinese, di Hamas o di Hezbollah: fatto sta che il Medio Oriente è diventato il terreno in cui ci si disputa il titolo di paria del mondo intero. Già nel 1969 Georges Montaron scriveva su «Témoignage chrétien», organo cattolico di sinistra: «Gesù Cristo è dalla parte dei palestinesi, che siano musulmani, ebrei o cristiani, dal momento che sono poveri [...] Sono loro, i rifugiati, i veri luoghi santi della Palestina, gli autentici testimoni del Dio vivente ». Qualche giorno dopo, lo stesso Montaron scriveva: «Nel cuore di tutti i poveri del mondo arabo, i fedayin sono degli eroi, l’immagine vivente del liberatore. Come Che Guevara in America Latina, la resistenza palestinese è una fiamma che rischiara gli oppressi e si diffonde a poco a poco. Qui più ancora che da noi, resistenza è sinonimo di rivoluzione e ha un’incalcolabile potenza messianica».

Vestigia di una lontana esaltazione, lirismo di un’epoca che ci siamo lasciati alle spalle? Forse. Tuttavia, strada facendo molte speranze sono state distrutte, il conflitto è sprofondato nelle sabbie mobili e nulla l’ha sostituito nelle preferenze dell’Occidente. Prendiamo per esempio ciò che scrive Edgar Morin il 19 febbraio 2004: «Vero è che i palestinesi sono gli umiliati e gli offesi di oggi e nessuna ragione ideologica saprà distoglierci dalla compassione nei loro confronti». L’affermazione non è falsa, ma perché mai dimenticare i ceceni, i tibetani, i sudanesi del Darfur, i congolesi, tutti caduti nell’oblio come se ci interessassero soltanto le vittime di un paese occidentale, aureolati, per questo, da una particolare gloria? Sorge allora il sospetto che la nostra idea del Medio Oriente sia più psicologica che politica: non si tratta di mettere fine a una situazione fonte di continue tensioni, di riconciliare fratelli fra loro nemici, ma di estendere a un teatro al di fuori di noi le nostre mitologie.

1 febbraio 2010

SviPop
I RETROSCENA DEL CASO HIMALAYA RIVELANO UNA MEGATRUFFA INTERNAZIONALE
Riccardo Cascioli

Stavolta la grande stampa non poteva fare finta di nulla e così tutti hanno avuto la possibilità di leggere e di ascoltare la notizia del clamoroso “errore” di previsione sullo scioglimento dei ghiacciai delll’Himalaya. Secondo l’ultimo Rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, l’organismo dell’ONU considerato massima autorità in fatto di cambiamenti climatici) i ghiacciai dell’Himalaya – a questi livelli di riscaldamento globale – si sarebbero sciolti entro il 2035, se non prima. Ma ora, sbugiardata da veri esperti, l’IPCC ha dovuto ammettere che tale previsione non aveva basi scientifiche solide, e addirittura era stata ripresa da un rapporto del WWF del 2005, che a sua volta si rifaceva a un’intervista concessa da uno scienziato indiano nel 1999 al settimanale New Scientist.

Già messa così la questione è sconcertante per un organismo che ha sempre sostenuto che gli studi citati sono tutti “peer-reviewed”, vale a dire rivisti da esperti del settore che ne verificano il ricorso alle fonti e il metodo applicato. Uno scivolone del genere subito dopo lo scoppio del “Climagate”, lo scandalo delle mail che rivela come molti dati siano stati “aggiustati” da scienziati dell’IPCC per sostenere le tesi catastrofiste, già dovrebbe far nascere seri dubbi su tutta la vicenda “riscaldamento globale”.

Ma il fatto è che a indagare bene sui retroscena, il “caso Himalaya” rivela molto più di quanto si è scritto in questo periodo. Vediamo con ordine.

La previsione del 2035.
“I ghiacciai dell’Himalaya si stanno ritirando più velocemente di quanto accade in ogni altra parte del mondo (vedi tabella 10.9) e, se si continua con lo stesso ritmo, la probabilità che possano scomparire già nel 2035 o anche prima è molto alta se la Terra continua a scaldarsi al livello attuale. La sua area totale probabilmente diminuirà dagli attuali 500mila a 100mila kmq entro il 2035 (WWF 2005)”. Così recita il IV rapporto dell’IPCC (2007), nel secondo volume al capitolo 10. Alcuni esperti non si sono accontentati della versione ufficiale e sono andati a ritroso per trovare l’origine di questa previsione. Vanno citati il glaciologo canadese J. Graham Cogley, il climatologo dell’Università del Texas John Nielsen-Gammon e, da ultimi i britannici Christopher Booker e Richard North, che ne hanno scritto sul Daily Telegraph il 23 gennaio.

Il rapporto cui fa riferimento l’IPCC, è l’esposizione di un progetto del WWF, ovviamente non “peer-reviewed” che a sua volta cita il Rapporto del Gruppo di Lavoro sull’Himalaya della Commissione Internazionale per la Neve e il Ghiaccio (ICSI, secondo l’acronimo inglese). Tale rapporto risale al 1999, ma il WWF non lo cita direttamente, ma secondo il resoconto che ne dà il settimanale New Scientist in una intervista al capo del gruppo di lavoro dell’ICSI, l’indiano Syed Hasnain. E’ lui che afferma chiaramente che i ghiacciai potrebbero scomparire entro il 2035.

Ora, teniamo ben presente il nome di Syed Hasnain, perché vedremo che è un nome che tornerà ancora. E intanto constatiamo che l’affermazione contenuta nel rapporto dell’IPCC è già di terza mano, e nessuno di questi passaggi è “peer-reviewed”.

La cosa curiosa è che il professor Cogley ha fatto un’accurata ricerca per trovare il rapporto originale cui tutti si rifanno e ha scoperto che in tale rapporto non c’è alcun riferimento alla scomparsa dei ghiacciai dell’Himalaya entro il 2035, né si fanno confronti tra l’Himalaya e altri ghiacciai.

Il passaggio contenuto nel rapporto dell’IPCC appare invece molto simile a un articolo apparso su un sito internet creato dal Governo dell’India per raccogliere le notizie sulle varie ricerche esistenti in campo ambientale. Il sito si chiama India Environment Portal (IEP) e in un articolo del 1999 riporta sia la solita dichiarazione di Hasnain sul 2035 sia la citazione di un altro rapporto, curato dall’ex presidente dell’ICSI V.M. Kotlyakov. Mentre il primo vede nel 2035 la scomparsa dei ghiacciai, il secondo parla della riduzione da 500 a 100mila kmq. Il che spiegherebbe come mai nel rapporto dell’IPCC citato all’inizio troviamo due dati contraddittori, la scomparsa e la riduzione dei ghiacciai. Peraltro è questa una contraddizione che appare evidente a chiunque abbia imparato a leggere e scrivere, ma curiosamente è sfuggita ai grandi scienziati dell’IPCC.

Ma, a proposito di problemi di lettura, la cosa ancora più sorprendente è andare a vedere il rapporto originale di Kotlyakov: la rapida riduzione dei ghiacciai è prevista per il 2350 e non per il 2035. Vale a dire che nell’articolo dello IEP c’è un refuso (2035 invece di 2350), fatto proprio dal professor Hasnain, che poi tante riviste scientifiche hanno ripetuto fino ad arrivare al rapporto dell’IPCC. Ovviamente senza che nessuno si sia mai preso la briga di verificare le fonti.

Non solo, nel rapporto IPCC si riporta una tabella in cui si elenca il progredire del ritiro di 8 ghiacciai dell’Himalaya: di uno di questi si dice che si è ritirato di ben 2840 metri tra il 1845 e il 1966, alla media di 134 metri l’anno. In realtà se si divide per i 121 anni dell’intervallo, si ha che la media è di 23 metri l’anno. Chi ha fatto i calcoli per l’IPCC ha diviso per 21 invece che per 121! Una cosa che ha dell’incredibile se pensiamo a quante volte ci siamo sentiti ripetere la solfa dell’IPCC come massimo consesso scientifico mondiale, e di come ogni singolo paragrafo è attentamente passato al vaglio da chissà quanti scienziati.

Vedremo più avanti l’epilogo della vicenda e anche la morale della storia, ma intanto per capire bene la posta in gioco, dobbiamo capire perché i ghiacciai dell’Himalaya sono così importanti.

Perché l’Himalaya?
HimalayaIn effetti nel rapporto dell’IPCC le previsioni sul ritiro catastrofico dei ghiacciai dell’Himalaya non occupano uno spazio di primo piano, non sono state neanche inserite nel Sommario per i Politici dove in genere trovano posto le principali previsioni. Malgrado ciò quella sul destino dell’Himalaya è diventata una delle previsioni più gettonate sulla stampa e nei discorsi dei politici, oltre ad aver trovato un posto di rilievo nel film di Al Gore “Una scomoda verità”. Il motivo è molto semplice: gli enormi ghiacciai dell’Himalaya alimentano sette dei maggiori sistemi fluviali del mondo, contribuendo a portare l’acqua al 40% della popolazione mondiale. L’annuncio della scomparsa di questi ghiacciai entro il 2035 ha avuto perciò un effetto a dir poco scioccante in India e nei Paesi asiatici.

Comprensibilmente l’India ha avviato una indagine scientifica in proprio e lo scorso novembre il ministero dell’Ambiente indiano ha reso pubblico un rapporto curato dall’esperto glaciologo Vijay Kumar Raina, che ha attentamente analizzato 20 ghiacciai per documentarne sia il ritiro sia l’avanzata. Lo studio (Himalayan Glaciers: A state-of-the-art review of glacial studies, glacial retreat and climate change) conclude che non ci sono elementi per affermare che i ghiacciai dell’Himalaya si stiano ritirando in modo abnormale a causa del riscaldamento globale.

In realtà, dice il rapporto Raina, i ghiacciai dell’Himalaya negli ultimi 100 anni si sono comportati in modi contrastanti: alcuni (come il Sonapani) si sono ritirati di 500 metri in 100 anni, altri (come il Kangriz) sono rimasti pressoché immutati. Interessante il comportamento dei due principali ghiacciai himalayani, il Siachen e il Gangotri. Il primo è lungo 75 chilometri e tra il 1862 e il 1909 è avanzato di 700 metri, poi si è ritirato di 400 metri tra 1929 e il 1958. Negli ultimi 50 anni è rimasto pressoché invariato. Il Gangotri, fonte del Fiume Gange si è ritirato di circa 20 metri l’anno fino al 2000, ma da quel momento il ritiro è rallentato fino a fermarsi completamente gli ultimi due anni.

In conclusione, quanto all’Himalaya, i suoi ghiacciai tendono generalmente a ritirarsi, ma certamente non più velocemente che altrove, e i due suoi ghiacciai più importanti sono addirittura stabili.

La differenza di comportamento in ghiacciai che sono anche confinanti, non è facile da spiegare. Ma la maggior parte dei glaciologi è oggi convinta che a incidere maggiormente sul ritiro dei ghiacciai sia la diminuzione dell’umidità e non l’aumento della temperatura. Per l’Himalaya i ghiacciai in ritirata soffrono di una diminuzione di precipitazioni nevose, dovuta a una serie di fattori che non è questa la sede per approfondire.

Un ignobile balletto di due mesi
Nelle ultime settimane i media ci hanno informato delle scuse imbarazzate del presidente dell’IPCC Rajendra Pachauri, già nel mirino della stampa per una serie impressionante di conflitti di interesse, a cui è seguita la decisione di cancellare le previsioni sui ghiacciai dell’Himalaya nel Rapporto dell’IPCC. Anche il WWF ha provveduto discretamente a rimuovere quella previsione dal proprio rapporto. La linea di difesa è: un errore dovuto a una leggerezza, ma all’interno di un lavoro scientificamente ineccepibile. Anche Syed Hasnain si è giustificato dicendo che il contenuto della sua intervista erano “speculazioni” sui dati a disposizione e lui non ha certo colpa se qualcun altro le ha usate nel modo sbagliato.

In realtà questa linea è già stata smentita dal professor Murari Lal, il responsabile della sezione del rapporto dell’IPCC in cui è contenuta la previsione sull’Himalaya. Pachauri ha scaricato su di lui tutte le responsabilità dell’errore, ma Lal ha reagito duramente chiamando a correità tutto il vertice dell’IPCC. In un primo momento si era giustificato dicendo che lui non è un glaciologo per cui si è fidato di chi aveva proposto tale asserzione. Poi però, in una intervista rilasciata la settimana scorsa ha ammesso di essere perfettamente a conoscenza che si trattasse di “grey literature”, ovvero di letteratura scientifica non “peer-reviewed”, ma che si sia deciso di inserirla per fare pressione sui politici “per incoraggiarli a prendere decisioni corrette”. Ce ne sarebbe già abbastanza per chiedere le dimissioni in blocco dei vertici dell’IPCC e chiedere la revisione indipendente di tutto il Rapporto, ma il meglio deve ancora venire.

Infatti Murari Lal, per salvare il salvabile, dice anche che in ogni caso nessuno – i 500 scienziati che hanno rivisto il Rapporto e i governi a cui è stato sottoposto – aveva sollevato obiezioni a quell’affermazione. Purtroppo per Lal è stato subito smentito da un dossier pubblicato dalla britannica Global Warming Policy Foundation (GWPF) che ha dimostrato come diversi scienziati e il governo giapponese avessero fatto notare il clamoroso errore. Ma i loro rilievi sono stati ignorati. Circostanza confermata dal glaciologo austriaco Georg Kaser, coordinatore di un altro capitolo del Rapporto IPCC, che ha affermato di aver immediatamente scritto a Lal non appena venuto a conoscenza dell’intenzione di inserire l’errata previsione sull’Himalaya, ma di non aver ricevuto alcuna risposta.

Avendo tutto questo retroscena in mente – ovvero la chiara malafede di Pachauri, Hasnain e Lal – è interessante fare un passo indietro e registrare cosa è successo a novembre quando il rapporto di Vijay Raina è stato reso pubblico dal governo indiano. Il presidente dell’IPCC Pachauri ha subito reagito duramente accusando il governo indiano di promuovere “scienza woodoo”, screditando il lavoro di Raina perché “non peer-reviewed” e con “poche citazioni scientifiche”. Un tipico caso di bue che dice cornuto all’asino.

Ancora più interessante la reazione di Syed Hasnain, quello che dopo aver lanciato la data del 2035 si è giustificato recentemente dicendo che le sue erano speculazioni. Dopo il Rapporto Raina parlava in modo ben diverso, contando evidentemente sul fatto che la vicenda sarebbe stata insabbiata. In una dichiarazione apparsa su Science del 13 novembre, Hasnain dice testualmente: “Qualsiasi ipotesi che il ritiro dei ghiacciai himalayani abbia rallentato è ‘non scientifica’. Il governo indiano ha l’atteggiamento dello struzzo davanti a un’apocalisse incombente”.

Ci si potrebbe chiedere: perché difendere in questo modo arrogante e sconcertante una causa chiaramente persa? Perché non ammettere subito a novembre l’errore, cosa che avrebbe evitato le figuracce successive?

Il motivo è semplice: ci sono in ballo milioni di dollari. Come? Ebbene, Syed Hasnain, lo scienziato all’origine del misfatto, due anni fa – subito dopo la pubblicazione del Rapporto dell’IPCC – è stato assunto guarda caso dal The Energy and Resources Institute (TERI), il colosso indiano di cui è presidente Rajendra Pachauri, al centro di una forte polemica proprio perché si è economicamente avvantaggiato della posizione di Pachauri a capo dell’IPCC (in termini di finanziamenti di progetti e ricerche).

Non basta: la previsione sullo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya è stata determinante per assicurare al TERI un finanziamento da 500mila dollari dalla Carnegie Corporation, una delle più importanti charities negli USA, e una sostanziosa parte dei 3 milioni di euro messi a disposizione dall’Unione Europea per una ricerca sullo stato dei ghiacciai. Ebbene sì: le nostre tasse servono in parte anche a finanziare i signori Pachauri e Hasnain.

Conclusione
Riepilogando, per chi ha avuto la pazienza di seguirci fin qui: la previsione sul ritiro dei ghiacciai dell’Himalaya entro il 2035 non è un semplice grossolano errore compiuto da scienziati altrimenti impeccabili. Si tratta di un errore voluto e perseguito malgrado l’evidente assurdità dell’affermazione, per ottenere risultati politici e vantaggi economici personali. Il tutto a danno della collettività, costretta a pagare profumatamente – in finanziamenti, tasse e politiche autolesioniste – la mancanza di scrupoli di certi personaggi; ma anche a danno della gran parte della comunità scientifica che continua a fare scienza seriamente e non si presta a queste strumentalizzazioni.

Il che fa ritenere – considerando anche altre rivelazioni che stanno uscendo – che non si tratti di un caso isolato, ma di un vero e proprio sistema di potere ben organizzato e ramificato, in cui anche governi e istituzioni sovranazionali sono coinvolte.

In conclusione: questi personaggi non solo non sono i salvatori del mondo; non solo non sono degli sprovveduti superficiali che ingenuamente passano un banale refuso di rapporto in rapporto. Questi signori sono dei veri e propri cialtroni e truffatori, che governano il mondo instillando coscientemente la paura nell’opinione pubblica.

28 gennaio 2010

Corriere della Sera [07.04.2004]
La complessa struttura finanziaria che garantisce alla compagnia la circolarità del controllo Unipol, il gioiello delle coop «rosse» e le scatole cinesi per scegliersi i soci
Gerevini Mario

MILANO – Entriamo nel bunker della finanza cooperativa. C’è molto da scoprire in questa galassia che ruota intorno alla efficiente e ricca Unipol, quarto gruppo assicurativo italiano. È come un castello dalle mille stanze, ognuna con la sua sorpresa: patti segreti, incroci pericolosi, governance autoreferenziale, moltiplicazione record delle poltrone. Con la finanza che sale in cattedra. Ma ogni ingranaggio è indispensabile a garantire la «circolarità» del controllo (strana peculiarità di questo sistema) e quindi la presa sulla grande «macchina» del potere cooperativo «rosso» in Piazza Affari che il 28 aprile all’ assemblea presenterà un bilancio in grande crescita: 8,9 miliardi di raccolta premi, 177 milioni di utile consolidato, monte dividendi raddoppiato. Bisogna muoversi con metodo, è tutto molto complicato. Apriamo la prima porta, quella della holding che sta in cima a tutto. Si chiama Holmo. HOLMO, PATRIA DELLE COOP – Qui governano ventinove cooperative che hanno l’ 80% del capitale. La leadership è di un gruppetto di sei coop di consumo (quelle degli ipermercati) che da sole arrivano al 40%. Sono la punta di diamante di una categoria che ha prima subito e poi governato un profondo cambiamento nell’ ultimo decennio, segnato dalla crisi di molte coop di costruzioni (a Ferrara è ancora aperta la ferita per il clamoroso crac della Argenta). Tuttavia il più importante azionista singolo (20%) è una società per azioni che si chiama Ariete. Soci di Holmo possono essere soltanto, lo dice lo statuto, le cooperative, Finec Holding spa e le loro controllate. Ariete, appunto, è una controllata di Finec Holding, strano «animale» societario, come vedremo. La ragion d’ essere di Holmo è detenere il 51% di Finsoe. Scendiamo di un piano. FINSOE, PATTI E PARACADUTE – Eccoci nel luogo dove si salda la santa alleanza Bologna-Siena. Il Monte dei Paschi è infatti l’ altro grande azionista di Finsoe con il 39%. Il patto Holmo-Mps sul 90% del capitale non è soltanto «di consultazione», come hanno minimizzato i presidenti di Holmo (Pierluigi Stefanini della Coop Adriatica) e di Finsoe (Giovanni Consorte, numero uno anche di Unipol). È quasi un legame di sangue con due cardini: un reciproco diritto di prelazione se una delle due parti volesse vendere azioni Finsoe, un diritto di co-vendita a favore di Mps se Holmo decidesse di cedere la maggioranza di Finsoe. Di fatto è contemplata la possibilità che la holding delle coop possa perdere il controllo di Finsoe e quindi di Unipol. A favore di Mps, quanto meno in prima battuta. Il legame è ulteriormente rafforzato dalla presenza stabile di Unipol nel capitale Mps: un 2% in bilancio a 236 milioni di euro, il doppio del valore di Borsa attuale. Ma c’ è altro. Holmo ha riservato ad alcuni nuovi soci di Finsoe un «paracadute» da oltre 50 milioni di euro per uscire dal capitale. Si tratta di un’ opzione di vendita che potrà essere esercitata fra tre anni (periodo luglio-dicembre 2007). I beneficiari? Sono in questa rosa: la Hopa (5%) guidata da Emilio Gnutti, la compagnia assicurativa belga P&V (3%) e Jp Morgan (2%). Holmo ha 20 consiglieri di amministrazione, Finsoe 25, Unipol 25. Settanta poltrone, e relativi compensi, per governare la compagnia. È la spia di quali e quanti siano gli interessi intorno a Unipol e di come manager e rappresentanti degli azionisti si marchino stretti in queste immense «tavolate». Riassunto: Holmo controlla il 51% di Finsoe che ha il 38,9% del capitale votante di Unipol. Giù di un altro piano. UNIPOL E GLI INCROCI PERICOLOSI – Siamo nel motore del sistema. Con l’ acquisizione lo scorso anno di Winterthur Unipol è adesso il quarto gruppo assicurativo italiano. Concentriamoci su due società del consolidato dalle quali si dipana l’ ennesima «ammucchiata» di soci, incroci di interessi e di flussi finanziari: Unipol Banca e Finec Holding. Quest’ ultima (o una sua controllata), è importante ricordarlo, è tra i pochi eletti ammessi nel capitale Holmo. Il suo primo socio è Unipol (39%), poi ci sono ancora Gnutti (21%) e un gruppo composito di coop (35%). La centralità di Finec è spiegata in un documento interno della società: «La partecipazione più importante in portafoglio, sia per il capitale investito sia per la sua valenza strategica è Ariete». Ariete è appunto il primo socio (quasi 20%) di Holmo e così ritorniamo in cima alla catena. Per sostenere questo ruolo è stata finanziata da Finec, ha ottenuto linee di credito da Unipol Banca e poi denaro dai soci con gli aumenti di capitale. Anche la quotata Unipol, dunque, ha contribuito indirettamente a rafforzare il ruolo di Ariete come azionista di Holmo. Non è chiaro con quale vantaggio per tutti gli altri soci di Unipol. In questa immensa ragnatela non deve sfuggire un passaggio chiave: dalla porta di Finec Holding in teoria chiunque potrebbe entrare da primo socio nel salotto Holmo. E a deciderlo potrebbero essere la stessa Unipol e Hopa che insieme hanno la maggioranza di Finec. Per questa via, in sostanza, la compagnia bolognese esercita un potere di parziale autocontrollo. Quanto a Unipol Banca, anche qui purtroppo non si sfugge all’ intrico. Tanto che Unipol nel comprare quote (in un caso il 10% per 67 milioni tramite Meieaurora) ha avuto come controparti la sua controllante Finsoe e probabilmente anche la Coop Estense. Il bilancio Unipol ne dà conto, senza troppi particolari. C’ è stata una perizia? È evidente da queste transazioni «periferiche» quanto possa essere potenzialmente pericoloso l’inquinamento della struttura proprietaria. Ultimo tassello: il consiglio Unipol ha una delega per acquistare azioni della controllante Finsoe fino a 74 milioni di euro. Ma qual’ è il senso? Secondo il presidente Consorte la logica è nelle «eventuali esigenze di carattere transitorio finalizzate a favorire l’ entrata in Finsoe di soci di interesse per Unipol Assicurazioni». Chiaro, no? Anche per via diretta Unipol può scegliersi gli azionisti. Non i suoi, però, ma addirittura quelli di Finsoe, surrogando così il ruolo della capofila Holmo. C’ è qualcosa di perverso in questo ingarbugliato impianto proprietario dove covano di continuo conflitti di interesse e dove, alla fine, Unipol sembra sempre più padrona di se stessa. E dei propri azionisti. Mario Gerevini UNIPOL Universo da 47 miliardi VENDITE Una stima 2004 di 47 miliardi di fatturato, quasi 400 mila occupati e 6,7 milioni di soci. Sono le cifre delle cooperative raccolte nella Legacoop CONSUMATORI La sola Ancc-Coop (comparto consumo) vale 11.900 milioni. Le principali cooperative di consumo sono azioniste di Holmo MONTE DEI PASCHI Ventinove cooperative hanno l’ 80% della holding Holmo Sei aziende di consumo da sole arrivano al 40% È come un castello dalle mille sorprese: patti segreti, governance autoreferenziale, moltiplicazione delle poltrone

26 gennaio 2010

Repubblica.it [25.01.10]
Energia, svolta della Germania il governo decide di tornare al nucleare
ANDREA TARQUINI

L’accordo della Merkel con i produttori di energia cambia la politica tedesca decisa dall’esecutivo Rossoverde di Schroeder

BERLINO – Sottovoce, step by step, la Germania riabilita il nucleare. La prima potenza europea, il paese che era stato anche il primo tra i big del Vecchio continente a decidere l’addio all’uso civile dell’energia atomica, ci ripensa. Dopo negoziati con i produttori di energia, il governo Merkel ha deciso – scrive oggi l’autorevole quotidiano conservatore Die Welt, molto vicino all’esecutivo – che per il momento tutti i 17 reattori nucleari resteranno in esercizio. Addio dunque all’addio al nucleare, che era stato deciso dal governo ‘rossoverde (socialdemocrazia ed ecologisti) al potere tra il 1998 e il 2005 con il cancelliere Gerhard Schroeder e il suo vice Joschka Fischer. Le decisioni finali, Berlino le prenderà in autunno. Presentando un paper strategico sulle scelte di fondo della politica energetica del paese. Ma comunque il documento, sempre in base al resoconto di Die Welt, porrà condizioni per un sostanziale prolungamento del ciclo produttivo dei reattori in servizio. Intanto due grossi reattori che avrebbero dovuto essere spenti ad aprile e a maggio resteranno accesi, e il segnale è chiarissimo, inequivocabile.

E’ una sconfitta decisiva per gli avversari dell’uso civile dell’energia nucleare, e una vittoria sia per i grossi produttori di energia in Germania (Eon, Rwe, Vattenfall, EnBW) sia per i colossi industriali, Siemens prima fra tutti, che nella produzione, fornitura ed esportazione di centrali nucleari della nuova generazione hanno un punto di forza della loro strategia di global player. Il governo federale non si è messo comunque sulla strada del nucleare senza riserve scelta ad esempio da Regno Unito, Francia, Russia, Cina, India o Brasile, che programmano la costruzione di decine di nuovi reattori. Per l’esecutivo di Berlino l’energia nucleare resta una ’soluzione-ponte’. Ma il ponte si allunga nel tempo a venire, in sostanza: è necessario molto più tempo di uso dei 17 reattori in esercizio, finché le energie rinnovabili ed ecologiche non saranno in grado di fornire significativamente più del 20 per cento del fabbisogno energetico nazionale. “In Germania”, scrive il commento di Die Welt, “abbiamo posto limiti massimi d’uso di un reattore nucleare a 35 anni, negli Usa e in Svezia li usano per 60 anni”.

Attualmente, i 17 reattori ancora in servizio producono circa un terzo del fabbisogno energetico della prima potenza economica europea. Una percentuale non trascurabile, anche se ben lontana dall’80 per cento della Francia. Per varare la soluzione provvisoria, il primo passo dell’addio all’addio al nucleare, il governo ha escogitato uno stratagemma. Nella legge sull’addio al nucleare del governo rossoverde infatti erano previste non solo date per la chiusura scaglionata degli impianti (l’ultimo, Neckarwestersheim 2, dovrebbe essere spento nel 2022) bensì anche quantità ‘residuè di produzione di energia, distribuite tra i vari reattori a seconda della loro data prevista di spegnimento. La quantità di produzione di energia restante, assegnata a suo tempo alla centrale di Stade già spenta, sarà distribuita come quantità di produzione supplementare assegnata ai due reattori ancora accesi di Biblis A e Neckarwestersheim 1. I quali avrebbero dovuto chiudere rispettivamente in aprile e maggio di quest’anno. Adesso hanno molti più mesi di vita, col compito di produzione supplementare. Una soluzione provvisoria, ma il segnale politico è chiaro, sullo sfondo mondiale di una riabilitazione e riscoperta del nucleare.

24 gennaio 2010

L’Avanti [19.01.2005]
UNA FIGURA CHIAVE DELLA NOSTRA STORIA
di Gianni Baget Bozzo

Ricordare Bettino Craxi è un compito che riguarderà la scienza storica del paese quando si comprenderà che Tangentopoli fu una colossale speculazione politica gestita con lucidità preordinata. Quello che possiamo fare oggi è ricordarne l’opera politica, la sua figura chiave nel passaggio oltre la stagione del compromesso storico, ricercando una via stabile per la democrazia italiana.

Il primo nodo che Craxi ebbe ad affrontare fu quello del terrorismo, di fronte al rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Ciò che spinse Craxi e una parte del mondo cattolico e della Dc a cercare una via di risposta parallela alle richieste delle BR, con la grazia presidenziale a una brigatista in carcere non macchiatasi di fatti di sangue, la Besuschio, fu l’idea di far apparire qualcosa di una realtà politica che allora risultava del tutto ignota. Fu, in sostanza, la convinzione che il periodo terrorista non era un tutto unitario, e che vi fossero nel movimento elementi che cercavano un dialogo politico con lo Stato. La linea di Craxi non ebbe però seguito, e ciò condusse le Brigate Rosse all’assassinio di Moro. Il Psi, in quella circostanza, si pose in chiave garantista e libertaria, scegliendo una via che era simile a quella dei radicali.

Ma l’intenzione di Craxi era quella di spezzare la linea del compromesso storico che si era stabilita tra i morotei senza Moro e Berlinguer. I morotei senza Moro erano infatti divenuti il partito legato all’intesa con il Pci in forma sistematica: ciò non corrispondeva alla natura stessa della Dc. Così fu possibile a Craxi creare una linea d’intesa tra le correnti democristiane più diffidenti verso i comunisti, specialmente i dorotei e i fanfaniani. Si potè così sostituire all’asse Dc-Pci, che Moro stesso aveva teorizzato nel corso di Benevento 1976, un asse che comprendeva correnti democristiane diverse dai morotei e dalla sinistra di base. Craxi riusciva così, partendo dalla liquidazione di Zaccagnini da segretario del partito democristiano, a creare una situazione d’intesa con importanti correnti democristiane, dando vita a un’alleanza Dc-Psi che governò l’Italia fino al 1993.

Con ciò si creò però, d’altro lato, un asse tra la sinistra democristiana di Ciriaco De Mita e il Pci, con una solidarietà di lungo periodo. Ambedue le componenti, quella dorotea e quella demitiana, sostenevano l’alleanza col Psi, ma i primi come un’alleanza strategica, i secondi come una necessità tattica. Craxi aveva evitato dunque il compromesso storico, e quindi l’avvento dei comunisti al potere, eliminando la cultura dei morotei senza Moro, che puntava sul legato politico di Moro prima del rapimento messo in atto dalle Brigate Rosse.

Craxi ha quindi assunto una posizione di separazione dal Pci, nella linea nazionale, che diventava dirompente soprattutto in politica estera. Ciò fu chiaro quando il governo Cossiga accettò la proposta della NATO di inserire i missili atomici americani a Comiso, in Sicilia, e lo fece con l’appoggio di Craxi a una politica sostenuta anche da Helmut Shmidt, che instaurava in Germania i Pershing 2, anch’essi missili atomici con testata nucleare. La politica della NATO tendeva a far sì che un’eventuale invasione sovietica in Europa, possibile sul piano delle forze terrestri, fosse immediatamente occasione di risposta nucleare occidentale. Era una politica d’interesse dell’Europa, che veniva fatta perché l’America diveniva in qualche modo esposta in primo piano anche dall’invasione russa della sola Europa. Non c’era più guerra convenzionale che non diventasse immediatamente guerra nucleare. Il Pci naturalmente si oppose alla politica di Craxi, ma già maturavano i primi dissensi di Berlinguer verso l’Unione Sovietica, per cui le manifestazioni di massa vennero condotte con i sindacati, l’organizzazione giovanile comunista e i movimenti pacifisti. Craxi non escluse mai la possibilità di rivoluzione interna del Pci e pensò che l’autonomia socialista potesse essere una chiave anche per l’ingresso dei comunisti in una democrazia dispiegata.

Nasceva così un fatto nuovo della politica italiana: un partito socialista che diveniva il sicuro garante della linea atlantica, oltre il neutralismo e il pacifismo che sempre avevano influenza nel mondo cattolico, avvicinandolo a posizioni simili al pacifismo comunista. Questo si inseriva nel quadro di una socialdemocrazia europea che aveva la medesima linea; permetteva quindi un respiro europeo al socialismo italiano: la fedeltà atlantica e la costruzione europea andavano nella medesima direzione. Il Psi di Craxi si trovò così pienamente inserito in un quadro di rapporti atlantici forti, che vennero vivificati dall’assunzione, da parte di Ronald Reagan, della presidenza degli Stati Uniti. Si creava così quel quadro di forze che sarebbe stato causa non piccola dell’evoluzione successiva della politica estera sovietica. Il Psi diventava il più occidentale dei partiti italiani, e quindi la chiave di legittimità della politica, visto che allora l’alleanza in politica estera era la condizione della legittimità della politica interna.

Fu in questo quadro che Craxi concepì la sua azione verso il mondo arabo, particolarmente verso i palestinesi, pensando l’Olp come movimento nazionale, analogo al nazionalismo europeo; e ciò diede luogo al famoso episodio di Sigonella, quando i carabinieri italiani sottrassero dalle mani degli americani un emissario di Arafat presente a bordo dell’Achille Lauro, dove dei terroristi palestinesi avevano ucciso un ebreo americano. Craxi, allora presidente del Consiglio, potè assumersi la responsabilità di un simile gesto, che intendeva inserire una politica favorevole al nazionalismo arabo nel quadro dello schieramento occidentale.

Fu dunque la politica estera la chiave fondamentale di Bettino Craxi, e quindi, per le ragioni dette, egli assunse figura legittimante della politica interna, così da porsi oltre le distinzioni di partito, e fare della sua persona il garante della fedeltà italiana all’alleanza occidentale e, al tempo stesso, una politica aperta verso il nazionalismo arabo. Ciò fu possibile proprio perché la realtà italiana, troppo legata alla polemica democristiano-comunista, risultava incomprensibile alla politica europea ed americana, che considerava l’Italia nel quadro dell’alleanza e la vedeva indebolita per questioni di politica interna che avvicinavano democristiani e comunisti su posizioni di interesse limitato per gli altri paesi.

Craxi fu dunque, negli anni Ottanta, il volto dell’Italia nel mondo, e il Psi il partito che si configurava come suo sostegno. Lo stesso partito, nella sua realtà particolare italiana, veniva incluso nella figura del leader. Craxi ebbe quindi, negli anni Ottanta, il medesimo ruolo ulteriore al suo partito che ebbe De Gasperi al suo tempo. Egli divenne così, ad un tempo, il garante della continuità della politica estera italiana, il promotore dell’Unione europea, ciò che impediva che la democrazia italiana fosse governata in qualche modo dall’intesa democristiano-comunista. Per quanto alleato dei comunisti in numerose sedi locali, il Psi divenne l’espressione del fatto che un partito comunista non poteva governare l’Italia atlantica ed europeista. Su tutto ciò anche i democristiani erano concordi, ma preferivano lasciare l’onere della conventio ad escludendum dei comunisti dal governo al Psi. Leader di un partito di sinistra di tradizioni massimaliste, Craxi ha riforgiato il partito sulla sua misura, facendone il partito dell’Occidente e dell’Europa, e quindi il garante della stabilità politica del paese.

Questa funzione istituzionale e politica cominciò a venir meno quando iniziò, nell’89, la disgregazione del blocco sovietico. Ciò, in teoria, avrebbe dovuto condurre il Pci ad avvicinarsi al Psi, ma il paradosso fu che accadde il contrario. Il Pci ritenne di autolegittimarsi con la sua stessa storia e reputò il Psi, ancora una volta, come un ostacolo alla sua via politica di inserimento nelle istituzioni. La Dc stessa, che aveva sempre sentito il Psi come un limite al suo potere politico e, al tempo stesso, si sentiva più incline a evitare ogni mediazione politica verso il Pci, cominciò a inclinare in quella direzione. Craxi era stato il garante della politica occidentale dell’Italia nel tempo in cui esisteva la divisione in blocchi, e aveva assunto un ruolo personale di garante delle alleanze. Quando, nel 1992, si giunse alla ricomposizione delle alleanze politiche, la Dc non sostenne la linea d’intesa con il Psi, e preferì – a suo danno, con la scelta di Scalfaro alla presidenza della Repubblica – affidarsi al movimento referendario che Mario Segni aveva promosso nel paese. Il referendum Segni, che portava al sistema maggioritario, permetteva quella semplificazione del sistema politico in due soli partiti – la Dc e il Pci – che era nelle intenzioni della sinistra democristiana. La Dc pensava di uscire dal ricatto che gli imponeva il voto socialista come essenziale alla maggioranza democratica: il maggioritario rendeva la scelta binaria e quindi la riduceva alla scelta tra la Dc e il Pci.