27 aprile 2012

L’Italia importa il 93% dei consumi di petrolio
Il Sole 24ore [26 aprile 2012]

L’Italia importa il 93,3% dei suoi consumi di petrolio e il 70% di quelli di gas naturale (dati 2009). Lo calcola l’Aie, l’Agenzia Internazionale dell’Energia di Parigi nell’ultimo suo rapporto sulle «risposte di emergenza» dei suoi paesi membri, in caso di possibili shock energetici.

«La produzione nazionale di greggio e di altri idrocarburi – si legge nel rapporto dedicato all’Italia – è rimasta sostanzialmente stabile fra il 2005 e il 2007».

«Le nuove scoperte di giacimenti sono modeste e le riserve italiane sono destinate a declinare negli anni a venire. Nel 2007, la produzione domestica di idrocarburi (petrolio più gas) non è bastata a coprire il 10% del fabbisogno nazionale».

Nella sua modesta eredità geologica di idrocarburi, l’Italia dispone di più gas che petrolio, e circa due terzi della produzione di metano è offshore. «Nel 1973 la produzione nazionale di gas soddisfaceva quasi il 90% del fabbisogno. Ma negli ultimi trent’anni la produzione è declinata da 15,4 miliardi di metri cubi del 1973 agli 8 del 2009» mentre, nello stesso periodo, i consumi sono cresciuti del 359% (in gran parte per la generazione elettrica).

 

IEA – International Energy Agency  (Int.)

OPEC – Organization of the Petroleum Exporting  Countries  (Int.)

EI – Energy Institute  (UK)

API – American Petroleum Institute  (USA)

SPE – Society of Petroleum Engineers  (Int.)

EIA – Energy Information Administration  (USA)

 

20 aprile 2012

Quotidiano.Net
La Maratona dello zoppo
di Bruno Vespa

 Ieri c’è stata una curiosa distonia tra i principali giornali italiani e i principali giornali stranieri nell’interpretare il discorso di Mario Monti dopo l’approvazione del documento economico e finanziario. I nostri annunciavano più o meno la ripresa nel 2013 insieme con gli inevitabili sacrifici. Gli altri (gli americani New York Times e Wall Street Journal, l’inglese Financial Times, lo spagnolo El Mundo, il quotidiano economico francese Les Echos) erano unanimi nel rilevare fin dai titoli che l’Italia non avrebbe raggiunto l’equilibrio di bilancio entro l’anno prossimo.

Il messaggio ai mercati è stato purtroppo quest’ultimo. Di fatto ieri lo spread ha ripreso la sua marcia d’avvicinamento a quota 400. Il Wall Street Journal, in particolare, ha notato una frase molto allarmante di Monti: «Lo scetticismo intorno al debito pubblico italiano riflette lo scetticismo sulla volontà politica di occuparsene». Un riferimento chiarissimo alla sofferenza dei partiti della “strana maggioranza”, solo in parte dipendente dalle imminenti elezioni amministrative. Un pessimo segnale ai mercati. Sia pure con sfumature diverse, sia il PdL che il Pd temono davvero che l’Italia faccia la fine di Filippide.

Il 12 agosto del 490 avanti Cristo l’esercito ateniese sconfisse i persiani nella battaglia di Maratona. Il generale Milziade ordinò a un prestante soldato, Filippide, di correre ad Atene per dare la bella notizia. Il giovanotto corse per 42 chilometri (da allora diventati la distanza classica della maratona), arrivò ad Atene e fece appena in tempo a dire «Abbiamo vinto» che stramazzò morto al suolo sfinito dal caldo e dalla fatica. Sarà questo il destino dell’Italia per arrivare al pareggio di bilancio? Monti ha avuto il merito di non nascondere niente, nemmeno la relazione tra la crisi e i frequenti suicidi di imprenditori e lavoratori. Ma non ha illuminato nemmeno con un fiammifero il lungo tunnel che abbiamo ancora davanti. Non ha voluto (o potuto) dire una parola sulla prospettiva di un taglio al costo del lavoro e alla tassazione delle imprese e delle persone e nemmeno sul taglio della spesa pubblica improduttiva, lasciando intatta la sensazione di impotenza manifestata dal ministro Giarda secondo il quale è inutile farsi illusioni sugli esiti della “spending review”, cioè della revisione della spesa.

Intanto milioni d’italiani che non sanno niente di spread e di volatilità dei mercati tra giugno e dicembre dovranno fare i conti con la tassa più micidiale della loro vita. Speriamo che il Censis si sbagli, quando prevede che non meno del venti per cento dei proprietari di seconde case saranno costretti a svenderle. Ma l’orizzonte è nero anche per i proprietari di prima casa, percettori di un solo reddito medio basso. Fino a metà dicembre non si conoscerà con esattezza l’entità della seconda rata ed è noto che l’incertezza è la peggiore nemica dell’economia, anche domestica. Nell’attesa della stangata, dunque, i cittadini saranno invogliati a non spendere. E i consumi resteranno fermi.

Non saremo certo noi mestieranti a ricordare a un grande economista come il presidente del Consiglio che l’esperienza degli anni Trenta ha indotto la dottrina economica a giudicare incompatibile il pareggio di bilancio con la recessione. L’euro ha messo nella stessa classe troppi studenti poco omogenei per tradizione, preparazione, voglia di studiare e prestanza fisica. In cattedra c’è la signora Merkel e ha imposto di correre la maratona anche agli zoppi. Tra sedici giorni al posto del supponente Sarkozy, che le aveva fatto da stampella traballante, all’Eliseo ci sarà quasi con certezza il socialista Hollande, portatore di una strategia economica completamente diversa. I casi sono due. O i mercati affonderanno la Francia e l’Europa mediterranea o la Merkel si risolverà a rivedere la sua strategia (a cominciare dagli eurobond finora ostinatamente negati) e forse un po’ di sole sorgerà anche per noi

19 aprile 2012

DAGENS NYHETER - 19 aprile 2012, Stoccolma
La crescita non si compra con i soldi
Richard Swartz

L’Europa crede di poter salvare i paesi in crisi inondandoli di fondi. Ma è stata proprio la disponibilità di crediti incondizionati a portarli nella situazione in cui si trovano.

Se dobbiamo credere al quadro descritto dai politici, i nuovi aiuti che sostituiscono i precedenti dovrebbero garantire le condizioni favorevoli alle tanto attese riforme e alla crescita economica nei paesi dell’Europa meridionale. Ma questa visione del futuro assomiglia alle tante occasioni mancate del passato. Ed è difficile immaginare che ci sia qualcuno convinto che la crisi europea sia ormai alle nostre spalle. Finora ci si è limitati a spingere sul pedale del freno e a curare i sintomi della crisi e tutti, volenti o nolenti, si sono stretti la cintura.

 Ancora una volta i dirigenti europei hanno fatto quello che sanno fare meglio, guadagnare tempo per promuovere la crescita economica, unico mezzo per uscire dalla crisi. Una crescita che non potrà essere raggiunta se ogni paese non si darà da fare. Questa strategia simpatica e probabilmente giusta è ripetuta come un mantra dai principali dirigenti europei.

 Ma si tratta di una strategia realistica? A volte si ha l’impressione che la classe politica abbia un’idea molto vaga del modo in cui l’economia funziona realmente in diversi paesi dell’est o del sud Europa, e che parole come “riforme” o “crescita” evochino ormai solo vane speranze o pie illusioni.

 Il dilemma è particolarmente evidente nell’Europa dell’est. Con il crollo del regime comunista, la vecchia economia è stata completamente abbandonata, le imprese sono state chiuse o sono fallite. Praticamente dall’oggi al domani tutti i prodotti sono stati sostituiti: dal dentifricio alla margarina, passando per gli assorbenti, i frigoriferi, i divani e le macchine.

 Per i consumatori dei paesi dell’est questo cambiamento è stato una vera e propria benedizione. In poco tempo sono passati dalla penuria all’abbondanza. L’unico problema a est era la mancanza di denaro per comprare i prodotti occidentali. Di conseguenza gli abitanti di questi paesi si sono visti proporre dei crediti generosi da parte di nuove banche commerciali dell’occidente. Il risultato è stato la creazione di economie che ancora oggi producono generalmente poco e si basano solo sullo strumento precario dell’indebitamento.

 Gran parte dell’Europa del sud si trova in una situazione simile: produzione ridotta, esportazioni insignificanti e forte indebitamento. Nell’Europa del sud l’introduzione dell’euro ha avuto paradossalmente degli effetti simili alla caduta del muro. Per la prima volta questi paesi hanno avuto accesso a dei “veri” crediti finanziari, per di più a buon mercato, come se il Peloponneso o l’Estremadura si trovassero in Renania o vicino alla Baviera.

 Un’occasione del genere non si presenta spesso e così per quasi dieci anni un mare di crediti ha inondato l’Europa del sud. Questo denaro avrebbe potuto permettere di gettare le basi di una crescita economica in grado di autoalimentarsi – se si fosse investito in infrastrutture, nella riforma degli stati, nel risanamento di interi settori dell’industria o dell’istruzione. Al contrario, si è preferito gettare questo denaro dalla finestra.

 L’arte del possibile

Oggi, nel momento in cui nuovi aiuti sostituiscono i precedenti, ci viene detto che questi capitali permetteranno di creare le condizioni necessarie alle riforme tanto attese e alla crescita economica nei paesi dell’Europa del sud. Ma questa possibilità l’abbiamo già sprecata, è ormai alle nostre spalle. La visione del futuro che ci descrivono i dirigenti europei assomiglia molto alle occasioni mancate del passato.

 Gli uomini generano molti più problemi che soluzioni. Olof Palme diceva che la risoluzione di un problema – e quindi la politica – era una questione di volontà. Per Karl Marx invece la soluzione consiste nel rendersi conto di quello che è indispensabile. Ma è stato probabilmente Bismarck il più perspicace, dichiarando che la politica è “l’arte del possibile” e che quindi bisogna cercare le soluzioni con quello che si può materialmente fare.

 Di fatto anche un economista o un politico mediocre sono in grado di trovare la strategia miracolosa per risolvere i problemi economici della Grecia, ma questa strategia avrà tante possibilità di essere accettata quanto quelle di trovare un caffè turco ad Atene.

 Rimane il problema di sapere in che modo vivranno un certo numero di paesi europei nell’attuale contesto di globalizzazione. Nessuno sembra avere una risposta chiara, tutto quello che si sa è che si dovrà cambiare radicalmente stile di vita. Un cambiamento la cui responsabilità è molto più della Cina che della Germania.

16 aprile 2012

Il Legno Storto [15.04.2012]
Moralismo fiscale
Davide Giacalone

Il moralismo fiscale è uno strumento con il quale si distrugge il sistema produttivo e il tessuto stesso della convivenza civile. Abbandonarsi a tale disdicevole dottrina, come purtroppo ha fatto il presidente della Repubblica, avendo appena avallato l’aumento di cinque centesimi della benzina, destinandone i proventi alla protezione civile, ovvero a quella medesima platea presso cui si vanno a raccogliere gli applausi, è più che disdicevole: non è ammissibile.

Spiace doverlo sottolineare, ma con tutto il rispetto che si deve a chi rappresenta l’unità nazionale, non gli è consentito affermare che gli evasori fiscali “sono indegni di essere associati al concetto e alla parola Italia”. Sono e restano italiani anche gli assassini, gentile Signor presidente. Restano italiani anche i senatori a vita che evasero (alla grande) il fisco, o vuole espellerli alla memoria? Se si vuol togliere la cittadinanza a chi non paga tutte le tasse si deve toglierla anche a una giustizia che privilegia i disonesti e svillaneggia chi deve avere soldi. Si deve toglierla ad uno Stato lesto nel prendere e lentissimo nel restituire.

Le tasse si pagano. E’ un dovere legato alla cittadinanza. Per chi non le paga sono previste delle punizioni, fra le quali non è compreso l’ostracismo. Però attenti al moralismo senza etica: la pressione fiscale è da noi intollerabile; i sistemi dell’amministrazione fiscale solo arroganti e violenti; il cittadino viene espropriato ben prima d’incontrare un giudice; i soldi riscossi finiscono in un buco nero, quello della spesa pubblica, che non si riesce, e forse neanche si vuole restringere. Prima di moraleggiare sarà bene tenerne conto.

 Napolitano ha ragione: l’Italia del volontariato è bella. Ma è bella anche, quanto meno altrettanto, l’Italia che intraprende e produce, quella stessa che viene spinta fuori mercato da uno Stato esoso e incapace. Gli italiani che si fanno in quattro per produrre ricchezza sono milioni. Spiace che non lo capisca e non lo apprezzi una classe politica composta, anche ai più alti livelli, da chi ha sempre campato di spesa pubblica, mai aggiungendo un tallero al prodotto interno lordo. Spiace che si senta “volontario” un presidente del Consiglio con due pensioni e un vitalizio. Spiace perché dimostrano di non avere la benché minima percezione della realtà. Si sentono migliori perché hanno di più, e pretendono di considerare peggiori quelli che recalcitrano al dare di più.

 Sono cittadini italiani, a pieno titolo, anche quegli imprenditori che si ammazzano perché il fisco e la previdenza li hanno precedentemente strangolati. E fornisco un dato anticipato, al presidente della Repubblica: gli evasori fiscali aumenteranno, perché non ci sono solo i ricchi profittatori che negano la pecunia alle scuole e agli ospedali, secondo uno schema classista che vive nella mente di chi l’ha predicato per la vita intera, ci sono anche le persone per bene che non hanno i soldi per pagare. Ci sono i padri di famiglia cui è stato raccontato che si deve investire nella casa di proprietà, per lasciarla ai figli, e cui si dice, oggi, che la rendita del patrimonio va tassata quasi quello fosse un furto alla collettività, anche in costanza di un mutuo. Ci sono imprese impossibilitate a lavorare perché lo Stato non paga i propri debiti, perché sono indietro con i pagamenti previdenziali, perché non hanno i documenti in regola al fine di ottenere, dallo Stato, il dovuto. E se qualcuno, più debole ed esasperato degli altri, si ammazza, innanzi a quel dramma occorre umiltà e rispetto, non la supponenza di chi, nella vita, non ha mai rischiato e creato lavoro.

L’assenza di guida politica, l’assenza di governi che guardino al futuro, ci ha messi nella condizione di dovere sottostare a un debito pubblico servire il quale significa impoverirsi giorno dopo giorno. Noi qui ci sforziamo d’indicare la strada per abbattere quel debito. Altri sembrano provare gusto ad abbattere i cittadini che non ritengono gioioso pagarne il prezzo. Capisco il ragionamento di Napolitano, ma ne conosco l’infondatezza: se pagassero tutti, e tutto il dovuto, ciascuno potrebbe pagare meno. E’ falso, perché, da molti anni, il gettito fiscale è funzione della spesa pubblica, largamente improduttiva e fuori controllo, sicché più si paga e più si spende. Questa spirale va spezzata, non onorata e venerata.

Le tasse si pagano. Non giustifico minimamente gli evasori fiscali. Ma se non si parte dall’immoralità della pressione fiscale e dall’indecenza di uno Stato che assorbe e brucia più della metà della ricchezza nazionale, se non si cambia andazzo, e se le prediche vengono da pulpiti protettissimi e privilegiati, so quale sarà la conseguenza: rabbia sociale, disperazione violenta, ribellismo inconsulto. Ci pensi, il Colle più alto, e rimedi a parole che, per carità di Patria, considero solo poco pensate.

16 marzo 2012

Il Sole 24Ore [15.03.2012]
Il conto aperto del default greco
Luigi Zingales

Europa monetariaLa decisione dell’Isda (l’associazione internazionale degli swap e derivati) ha rimosso anche l’ultima foglia di fico: la ristrutturazione “volontaria” del debito greco che riduce il valore nominale dei titoli del Governo ellenico del 53,5% (e il valore di mercato del 75%) è un “credit event”, un termine tecnico per dire insolvenza. In altre parole: fallimento. Il più grosso fallimento statale della storia.

Per quasi due anni noi editorialisti del Sole abbiamo ripetuto che il fallimento della Grecia era inevitabile. Per lo stesso periodo politici e banchieri centrali di ogni ordine e grado si sono rifiutati di riconoscerlo. Nel 2010 l’allora presidente della Bce Jean-Claude Trichet aveva affermato ripetutamente che il fallimento della Grecia era «fuori questione». L’anno scorso il presidente francese Nicholas Sarkozy aveva dichiarato che «non è possibile lasciar cadere la Grecia per ragioni morali ed economiche» e che «il fallimento della Grecia è il fallimento dell’Europa». Ancora un mese e mezzo fa, il direttore generale dell’Fmi Christine Lagarde insisteva che il fallimento della Grecia era «un evento che non doveva essere preso in considerazione».

Se queste persone fossero stati capi di aziende, oggi sarebbero sotto inchiesta per aver ingannato il mercato o sarebbero stati licenziati per chiara incompetenza. Perché i politici possono farla franca?

Questo non è l’unico interrogativo sollevato dal fallimento della Grecia. Il secondo riguarda i tanto famigerati Credit default swap (Cds). Tutti, a cominciare da Mario Draghi, avevano pronosticato che se un default greco avesse fatto scattare i Cds c’era l’elevato rischio di una “chain of contagion” (una catena di fallimenti) che avrebbe messo in crisi il sistema finanziario. Invece, non sembra esserci nessun segnale di catastrofe. Forse che questi rischi sono stati esagerati? Certamente le banche avevano tutto l’interesse ad esagerarli per evitare di pagare il costo dei loro errori.

Nonostante queste pressioni, alla fine chi sbaglia paga. Non abbastanza, troppo tardi, ma paga. Questo reintroduce, anche se in modo tardivo, un po’ di disciplina di mercato. È questo l’inizio di una nuovo regola o l’eccezione che conferma la regola vecchia?

Il ritardo nel far pagare ai creditori i loro errori ha avuto costi molto elevati per i greci. Se Atene avesse fatto lo stesso tipo di ristrutturazione due anni fa, oggi il rapporto tra debito e Pil sarebbe dell’80% e le prospettive di ripresa sarebbero maggiori. Aspettando due anni, l’ammontare di capitale privato su cui è stato fatto default si è ridotto di più del 50%. Con il risultato che anche dopo il default il rapporto tra debito e Pil è del 120%, destinato ad aumentare nei prossimi anni a causa di una caduta verticale del Pil (le stime del 2011 indicano un –7%) e di un perdurante deficit primario. Di conseguenza il fallimento odierno è probabilmente solo il primo di una serie che la Grecia dovrà fare prima di rimettersi in piedi. Mio nonno medico ripeteva che «il medico pietoso fa la piaga cancerosa». Lo stesso vale per i fallimenti. Quando avvengono, devono essere sufficientemente radicali da permettere a un Paese di riprendersi. Perché allora l’Fmi e l’Unione europea hanno premesso alla piaga di incancrenirsi, con conseguenze devastanti sul Paese ellenico (disoccupazione giovanile al 48% e disoccupazione totale al 22%)?

L’interpretazione più diffusa, a cui credevo anch’io, era che l’avessero fatto per proteggere le banche francesi e tedesche. Il ritardo ha dato tempo alle banche di vendere i titoli greci a uno sconto tra il 20% e il 60%, invece di incassare una perdita del 75%. Guardando i dati, pero’, devo ammettere che questa teoria trova limitato supporto. Se questo era il motivo, le banche non sembrano averne approfittato molto.

Tra maggio 2010 e settembre 2011 i titoli greci detenuti da banche tedesche si sono ridotti di 3 miliardi di euro, quelli di banche francesi per 4,6 miliardi, e quelli di banche italiane per 319 milioni. Si tratta di una riduzione di solo un terzo dell’esposizione iniziale, di cui una gran parte è dovuta all’aggiornamento dei valori di carico ai ridotti valore di mercato (mark-to-market). Quindi le vendite effettive da parte delle banche sono state molto limitate. Ma ci sono forti differenze. Crédit Agricole ha ridotto la sua esposizione dell’80%, mentre Bnp-Paribas solo del 18%. Deutsche Bank ha ridotto la sua esposizione del 49%, mentre Commerzbank ha addirittura aumentato (anche se solo del 2%) la sua. Queste sono esposizioni lorde, che non incorporano la posizione sul mercato dei Cds. Ma l’esposizione netta non è molto differente.

E cosa hanno fatto le banche italiane? Quelle con un’esposizione iniziale limitata come Ubi Banca, Banco Popolare e Montepaschi, l’hanno ridotta di almeno il 50% o completamente eliminata (come Ubi Banca). Ma le due grosse banche hanno avuto atteggiamenti molto diversi. UniCredit ha ridotto la sua esposizione del 30%, in linea con la media europea. Intesa Sanpaolo, invece, ha aumentato seppure marginalmente la propria esposizione. Mentre tra maggio 2010 e dicembre 2010 Intesa Sanpaolo aveva ridotto la sua esposizione alla Grecia di 200 milioni (25%), tra dicembre 2010 e settembre 2011 l’aveva aumentata di 228 milioni, spostandoli però nel banking book, ovvero nella parte del bilancio meno trasparente. Perché?

13 marzo 2012

Corriere della Sera
Ma la nazione siamo tutti noi  [12.03.2012]
Ernesto Galli Della Loggia

Non è solo l’economia. Come ho detto in un precedente articolo ( Corriere del 7 marzo), il fattore che in specie nei Paesi del nostro continente sta mettendo nell’angolo la politica, rendendola in molti casi irrilevante, ancor più dell’economia è la perdita (consapevolmente quanto incautamente accettata) di sovranità da parte dello Stato nazionale. Perdita particolarmente sensibile in questa parte del mondo, dove essa avviene, come si sa, sotto la regia incalzante, e a favore, dell’Unione Europea.

Ma c’è di più: perché, alla lunga, l’assottigliamento della sovranità nazionale rischia di privare della sua ragion d’essere la stessa democrazia, la stessa sovranità popolare: dal momento che questa non è pensabile che nel quadro dello Stato sovrano. Perché esista la sovranità della nazione, infatti, e dunque l’idea dell’autogoverno, e quindi il meccanismo della rappresentanza, è necessario che esista preliminarmente uno Stato dotato degli attributi della piena autonomia e del comando. Alla fin fine – come ha spiegato bene uno studioso francese, Pierre Manent – il volere delle maggioranze non potrebbe nulla senza il potere dello Stato sovrano. Sia logicamente che storicamente la sovranità popolare presuppone quella statale, e si costituisce facendosene l’erede. Non basta: per capire quale intreccio vi sia tra democrazia e statualità si pensi solo al fatto che è proprio in relazione alla forza minacciosa dello Stato sovrano che si è affermata la necessità «difensiva» costituita vuoi dalla divisione dei poteri dello stesso Stato, vuoi dalla garanzia dei diritti individuali di libertà.

È sempre l’idea di nazione, infine, è sempre l’esercizio della sovranità popolare direttamente derivata da quella dello Stato, che ha rappresentato il presupposto storico che prima o poi è valso a porre all’ordine del giorno in tutti gli Stati nazionali il grande tema dell’eguaglianza delle condizioni tra tutti i cittadini. Come traguardo magari irraggiungibile, ma non per questo meno necessario, di ogni democrazia. Da sempre la domanda posta dalla «nazione sovrana» è: si può far parte su un piede di parità di un medesimo corpo politico senza godere al tempo stesso di condizioni eguali? E può la sovranità della nazione sottrarsi al dovere di creare tali condizioni?

Democrazia e Stato nazionale sono cose per più aspetti sovrapposte. La spinta all’autogoverno non può nascere tra individui sparpagliati, che semplicemente «si conoscono». Può sorgere solo all’interno di una comunità data, di un demos per l’appunto, che si riconosca preliminarmente come tale. Cioè come un insieme di persone le quali – consapevoli di condividere un territorio, una storia, dei costumi, dei valori, e del legame che tale condivisione crea – decidono di volersi rendere padroni del proprio destino. Essendo poi in grado di mettere concretamente in pratica un tale autogoverno disponendo dello strumento indispensabile, cioè di un medium comunicativo adeguato, rappresentato da un comune linguaggio. Nazione significa precisamente tutte queste premesse dell’autogoverno democratico: un «noi» che ci fa cosa diversa dagli «altri». Allora qualcosa che esclude? Sì, in un certo senso. Ma né più né meno come esclude ogni legame sociale tra gli esseri umani: una coppia, una famiglia, un vicinato. Vogliamo forse mettere al bando anche queste cose perché non in regola con il «politicamente corretto»?

7 marzo 2012

Il Sole 24Ore
Il rigore tedesco ingabbia l’Europa      [07.03.2012]
di Martin Wolf

circle di Nicolas Vadot Una follia è fare più volte la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi. La determinazione della Germania a imporre una camicia di forza finanziaria ai suoi partner non funzionò ai tempi del ‘Patto di crescita e stabilità’. Potrà funzionare con il “Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance”, su cui è stato raggiunto un accordo la settimana scorsa? Ne dubito. Il trattato è il prodotto di una convinzione che la crisi sia stata causata dalla mancanza di disciplina di bilancio, e che la soluzione potrà venire da una maggiore disciplina. Ma la disciplina di bilancio non è tutta la verità, neanche lontanamente.

E l’applicazione rigorosa di un’idea così infondata è pericolosa. Questi timori ora sembrano lontani. Le operazioni di rifinanziamento a lungo termine della Banca centrale europea hanno allentato la pressione sulle banche e sui mercati finanziari, compresi i mercati dei titoli di Stato.

Nelle due tranche di questa operazione, le banche hanno preso in prestito più di mille miliardi di euro per tre anni a un tasso dell’1% soltanto. I rendimenti dei titoli di Stato decennali italiani e spagnoli sono scesi sotto al 5%, contro un livello massimo del 7,3% per l’Italia e del 6,7% per la Spagna, alla fine dell’anno scorso. Altrettanto pronunciato è stato il calo dei Cds sui titoli bancari: lo spread di Intesa Sanpaolo è sceso dai 623 punti base di novembre ai 321 di questa settimana. Ma la crisi non è passata. Chi più chi meno, i Paesi vulnerabili restano in difficoltà. Questi piani di risanamento hanno salvato l’Eurozona dalle sue crisi a catena? Riusciranno a tirare fuori da queste crisi i Paesi colpiti? La risposta è no, a entrambe le domande.

La nuova regola di fondo è che il disavanzo di bilancio strutturale di uno Stato membro non deve eccedere lo 0,5% del prodotto interno lordo: di fatto, questo costringerebbe i Paesi ad avere un bilancio strutturale in attivo. Inoltre, se un Paese ha un debito superiore al 60% del Pil, l’eccedenza dovrà essere eliminata al ritmo medio di un ventesimo dell’eccedenza ogni anno: un Paese come l’Italia, con un debito intorno al 120% del Pil, dovrebbe ridurre questo rapporto di un 3% del Pil ogni anno. Questo è lo schema a cui tutti i membri dell’euro dovranno aderire e queste regole dovranno avere forza di legge, meglio se scritte nella Costituzione.

È un trattato che solleva profondi interrogativi, sul piano giuridico, politico ed economico. Da un punto di vista economico è logico prendere come riferimento non il disavanzo effettivo, ma il disavanzo corretto in base alla congiuntura. Ma quello che per la scienza economica è un miglioramento comporta una minor precisione: nessuno sa che cos’è un disavanzo strutturale. Non si tratta di sofismi: prendiamo i saldi strutturali per il 2007 (l’ultimo anno – per la gran parte – prima della crisi) calcolati dal Fondo monetario internazionale nell’ottobre di quell’anno (in ‘tempo reale’, per così dire). L’indicatore avrebbe dovuto urlare ‘crisi’: eppure la Spagna registrava un forte avanzo strutturale e l’Irlanda era in pareggio; sia Madrid che Dublino erano in condizioni migliori della Germania. La Grecia aveva un disavanzo strutturale importante, ma il Portogallo aveva un disavanzo più basso di quello della Francia. La regola non avrebbe fatto distinzioni tra Paesi vulnerabili e Paesi immuni perché non tiene conto di bolle speculative e manie finanziarie.

L’Fmi in seguito ci ha ripensato. A ottobre 2011 era giunto alla conclusione che il disavanzo strutturale della Grecia nel 2007 era stato del 10,4% invece che del 4%, e quello dell’Irlanda dell’8,4% invece che dello 0,1%. Non lo dico per criticare l’Fmi, ma solo perché dimostra che il concetto che i Paesi dell’euro vorrebbero incastonare in un trattato è deficitario proprio laddove il bisogno di accuratezza è maggiore: il vero disavanzo strutturale è inconoscibile. Pensate alle implicazioni politiche e legali: un Governo eletto accetterebbe le stime approssimative di tecnici che non devono rendere conto a nessuno? E poi, i giudici come farebbero a giungere a una decisione? Valuterebbero i pregi e i difetti di diversi modelli econometrici? Dal momento che probabilmente ci sarebbero forti discostamenti nelle stime dei disavanzi strutturali, come farebbe un Governo ad adeguarsi? Dare forza di legge a un concetto incommensurabile appare una follia.

Si profila all’orizzonte una controversia tra le istituzioni europee e il nuovo Governo spagnolo di Mariano Rajoy. Rajoy ha dichiarato che il suo esecutivo si porrà come obbiettivo un disavanzo del 5,8% del Pil, inferiore all’8,5% del 2011, ma molto al di sopra del 4,4% concordato con la Commissione. La quale sbufferà, ma non può costringere un Governo sovrano a fare quello che vuole lei. I partner della Spagna possono rifiutarsi di aiutare Madrid, ma il rischio è che il mancato aiuto finisca per ritorcersi contro di loro. Le difficoltà di bilancio della Spagna sono una conseguenza della crisi, non una causa: il Paese iberico ha avuto un colossale aumento del debito privato dopo il 1990, in particolare per quanto riguarda le grandi aziende non finanziarie; l’eccedenza di costruzioni residenziali esclude anche un forte indebitamento da parte delle famiglie. Alla luce di tutto questo, è molto improbabile che una drastica riduzione del debito pubblico sia compensata da un incremento dell’indebitamento e della spesa del settore privato. Il risultato, più verosimilmente, sarà una recessione molto più grave, accompagnata da scarsi progressi nella riduzione del deficit effettivo. Nella peggiore delle ipotesi potrebbe innescarsi una micidiale spirale discendente. Invece di costringere la Spagna a risanare in tempi rapidi i conti pubblici sarebbe molto più logico dare al Paese il tempo necessario perché le ambiziose riforme del mercato del lavoro producano i loro effetti, e per questo ci vorranno anni.

Ma se l’Eurozona sarà disposta a garantire il tempo necessario perché avvengano questi aggiustamenti, i Paesi in surplus devono essere consapevoli del loro ruolo. Senza dubbio l’emersione in parallelo di eccedenze e disavanzi delle partite correnti, i flussi finanziari transnazionali e la follia dei prestatori transnazionali sono stati fra i principali fattori all’origine della crisi odierna. In un documento pubblicato il mese scorso la Commissione ha indicato di voler mettere sotto esame una serie di Paesi in disavanzo nel saldo con l’estero, facendo perfino i nomi dei peccatori. È necessaria un’analisi in parallelo dei Paesi in surplus. Anche il documento della Commissione solleva il problema, ma non si avventura a indicare Paesi specifici da sottoporre a più attenta analisi. Quindi sì, la Bce è riuscita a far guadagnare alla zona euro un po’ di tempo, ma nulla o quasi sembra indicare che sia stata trovata una strada per giungere al necessario riequilibrio della sua economia, e soprattutto per realizzare l’auspicata combinazione di riforme, aggiustamento e pronto ritorno alla crescita. La strada prescelta sembra annunciare, al contrario, anni di aggiustamenti unilaterali e lacrime e sangue. Funzionerà? Ne dubito fortemente. Nella migliore delle ipotesi, possiamo aspettarci un percorso molto accidentato.

11 gennaio 2012

La Voce di Romagna [07.01.2011]
C’è sempre bisogno di un capro espiatorio. E allora dagli all’evasore
Carlo Zucchi

Neanche due mesi fa Silvio Berlusconi lasciava Palazzo Chigi e tutti noi abbiamo un po’ pensato che il clima politico sarebbe migliorato. Nulla di tutto ciò, eppure un effetto positivo c’è stato: il Cavaliere ha perso il ruolo di capro espiatorio.

Eppure, le polemiche non sono diminuite. Si sono semplicemente indirizzate verso chiunque osi accennare di volta in volta a qualsiasi ipotesi di riforma. E qui i nodi vengono al pettine: in mancanza dello specchietto per le allodole (Berlusconi) gli scontri polemici si dirigono verso la “sostanza delle cose”, ossia laddove vengono minacciati gli interessi più organizzati e perciò da più tempo sedimentati. Il governo ha abolito le pensioni di anzianità? I sindacati si sono rivoltati, soprattutto dopo che si è infranto il “sacro” rito della concertazione. Il governo vuole liberalizzare esercizi commerciali e professioni? Esercenti e ordini professionali insorgono. Il governo accenna a una riforma dell’articolo 18? I sindacati minacciano di tutto, con la solita Cgil che, per bocca del suo segretario nazionale Susanna Camusso, evoca lo spettro di tensioni sociali. Qualcuno pone il problema degli stipendi troppo alti dei nostri parlamentari? La corporazione dei politici, unanime come non mai, non ci sta e senza ritegno alcuno nega la cosa. Del resto, in un paese del tutto alieno alle regole e allo spirito della società aperta, è impossibile aspettarsi qualcosa di diverso dalla difesa ferocissima degli interessi parziali e corporativi.

E in un paese del tutto alieno allo spirito della società aperta è impossibile aspettarsi una visione ampia delle cose che guardi oltre il proprio “orticello”, così com’è impossibile non aspettarsi la ricerca di un capro espiatorio contro cui additare le cause di ogni problema. E in una situazione di grave crisi Cortina d'Ampezzofinanziaria dello Stato italiano, quale miglior capro espiatorio dell’evasore fiscale? Così, nei giorni scorsi, è stata condotta a Cortina un’operazione di indubbio successo sul piano propagandistico. Sul piano effettivo, si vedrà. A me hanno sorpreso non poco i toni trionfalistici di un opinionista acuto ed equilibrato come Pierluigi Battista, che sul Corriere della Sera di giovedì 5 gennaio si complimenta con le “sentinelle del fisco” per l’arguzia e la precisione chirurgica della loro iniziativa. In un paese in cui tra l’accertato e il riscosso c’è una differenza abissale sarebbe il caso di evitare trionfalismi prematuri. Solitamente, il fisco in Italia incassa solo il 10,4% di quello accertato, contro il 94% degli USA, il 91% dell’Inghilterra, l’87% della Francia, l’84% del Belgio, l’81% della Spagna, l’80% della Svezia, il 64% della Romania, il 58% della Turchia, il 44% dell’Albania e il 31% della Grecia. A causa delle lungaggini e delle farraginosità del contenzioso, in cui lo Stato soccombe tra l’altro 3 volte su 5, i procedimenti vanno spesso in prescrizione, mentre come ha ricordato Nicola Porro sul Giornale del 5 gennaio, avere un’auto di lusso a reddito zero di per sé non vuol dire nulla, poiché in Italia non avere reddito non significa non avere patrimonio, in quanto i redditi finanziari (Bot, azioni, ecc.) sono tassati separatamente dalla dichiarazione fiscale. E poi, qualche accertamento sarà fatto pure a capocchia, ma tant’è.

Dal punto di vista propagandistico, invece, il successo è stato innegabile. Il massiccio uso di personale in quel di Cortina per andare a scovare i proprietari di Suv con redditi da travet poteva essere evitato senza spese inutili: bastava incrociare i dati sulle auto costose (presenti nel cervellone dl Pra) con i redditi dei proprietari già in loro possesso. Qualche furbetto l’avranno pure preso, ma l’intento era quello di far vedere che lo stato c’è e lavora per noi. Peccato, però, che quel poco che viene recuperato dalla lotta all’evasione, non vada a diminuire l’onere di chi già le tasse le paga, ma finisce sempre nel calderone di una spesa pubblica fuori controllo. E poi, è bene ricordare che in Italia la pressione fiscale diretta sulle imprese supera il 45% (68% se si somma quella indiretta), contro il 28% della media dei paesi scandinavi, tradizionalmente ad alta tassazione complessiva. In quegli stati, è alta la tassazione sulle persone fisiche, che però è il frutto di un patto (rispettato) tra alte aliquote e un’efficienza nell’erogazione dei servizi pubblici che noi ci sogniamo. Ma in quei paesi hanno capito che solo producendo reddito attraverso basse aliquote sulle imprese possono creare quell’ammontare di risorse necessario ad alimentare un welfare generoso quanto efficiente.

In Italia, invece, decenni di ideologia social-comunista hanno additato le imprese quale causa di ogni male e l’imprenditore come un reietto dedito solo allo sfruttamento e all’evasione fiscale.

Risultato: l’Italia è il paese dell’area OCSE con la più alta tassazione sulle imprese. Così, con un debito pubblico enorme e un’economia strangolata da tasse e burocrazia, ci si riduce a sistemi di controllo da Stato di polizia, su conti correnti e con i limiti al contante a 1000 €, misura che non ha eguali in paesi come Germania, Gran Bretagna e Francia, mentre l’attività delle Fiamme Gialle si concentra sulle aree del nord (evasione stimata al 19% contro il 55% del sud), in base alla logica secondo cui si va a cercare in un certo posto solo perché lì c’è roba da prendere. Infischiandosene bellamente se questa roba è il frutto di quel duro lavoro su cui si fonda la costituzione italiana.

7 gennaio 2012

Corriere della Sera  [04.01.2012]
Uno Stato troppo controllore soffoca i principi liberali
Piero Ostellino

Che piaccia o meno, ci troviamo sul terreno di un malinteso patriottismo: la nazione non si salva con il moralismo

L'asse Roma-Berlino est, KrancicA chi compera un gioiello, il gioielliere non chiede se è per la moglie o l’amante; né il datore di lavoro, per pagargli lo stipendio, pretende che il lavoratore dica come lo spenderà. Nessuno è tenuto a dire perché compra un certo bene, o come usa i soldi che guadagna, e nessuno lo chiede. In una «società aperta», le transazioni intersoggettive – ciò che chiamiamo «negozio» – non sono vincolate ad alcuna giustificazione metagiuridica e/o morale. Non per ragioni moralistiche, ma per la soggettività del concetto di valore – lo scambio è generato da una molteplicità di scopi non prevedibili e non programmabili – che si concreta nella libertà delle scelte individuali e si sostanzia nella limitazione del potere di intervento pubblico.

È, invece, la presunzione di sapere ciò che è rilevante per i singoli individui che giustifica l’imposizione dall’alto di un equilibrio economico generale da parte del pianificatore. Da noi, è la strada sulla quale si sono avviati gli ultimi governi Berlusconi-Tremonti e Monti pretendendo di sapere che cosa fa il cittadino dei propri soldi. Ma per saperlo: 1) hanno tolto, di fatto, dalla circolazione la carta-moneta, che pure lo Stato continua a stampare; 2) hanno equiparato i risparmiatori a criminali; 3) hanno violato un principio di civiltà che ha le sue radici nella tradizione dello Stato moderno; 4) attraverso il controllo dell’uso del denaro, hanno imposto agli individui una gerarchia di fini. Prima di diventare un Paese di socialismo reale, l’Italia annega nel ridicolo. Una signora che, per ritirare poche migliaia di euro dal conto corrente, ha dovuto compilare un modulo, nel quale dire che cosa ne avrebbe fatto, ha scritto: «Servono per le puttane di mio marito e, a me, per mantenere il mio amante». Una pernacchia alla stupidità di Stato.

Mi rendo conto che – difendendo le libertà e i diritti individuali, violati dai governanti e ignorati dai più – rischio di essere io stesso, ancorché per ragioni opposte, fuori dal tempo. Il Paese è in preda alla sindrome del «governo dei migliori» e del «cittadino onesto che paga le tasse» fra una folla di disonesti – per definizione, i ricchi – cui farle pagare due volte e/o tenere in galera finché non confessano ciò che certi pubblici ministeri vogliono sentirsi dire. Ma qualcuno che, nel silenzio complice di gran parte dei media, ricordi che cosa sono la democrazia liberale, lo Stato di diritto e il mercato, e si chieda cosa sta succedendo, ci vuole. Così, pur prevedendo l’indignazione dei benpensanti – che frastornati dal gran polverone, donano entusiasti l’oro alla Patria e rinnegano le libertà di cui ancora godono e che stanno perdendo – e dei miei colleghi «laici, democratici, antifascisti», azzardo due risposte, solo in apparenza contraddittorie.

Prima: perché – a 66 anni dalla caduta del fascismo – molti italiani sono ancora, culturalmente, in camicia nera e vedono nel potere politico un Duce in nome del quale «credere, obbedire, combattere».

Confondono il senso civico – i doveri che, peraltro, non osservano – con la rinuncia alle libertà e ai diritti, che non conoscono. Che piaccia o no, qui siamo ancora sul terreno di un malinteso patriottismo. Un lettore mi ha chiesto se le libertà del liberalismo consistano nel rapinare le banche. Un idiota? No, il figlio della cultura dominante.

Seconda: perché, pur sapendo bene come stanno andando le cose, certi giornalisti non fanno i cani da guardia del potere politico, ma ne sono il cane da grembo. E qui piombiamo nell’utilitarismo – non quello teorizzato dai liberali Jeremy Bentham e John Stuart Mill – come soggettiva motivazione delle scelte individuali di libertà, ma come opportunismo professionale. Costoro sono convinti che, nell’Italia delle corporazioni, del familismo amorale, delle raccomandazioni, ci siano più probabilità di far carriera adeguandosi al vento che tira, invece di pensare con la propria testa, sempre che ne abbiano una, e dire ciò che pensano, sempre che siano capaci di pensare.

Ma mi viene il dubbio che le risposte non siano due ma – come insegna la storia che, nel ’22, di fronte all’emergenza di allora spalancò le porte all’«Uomo della Provvidenza» – ce ne sia una sola. La prima; che le compendia entrambe.

6 gennaio 2012

Gianni Pardo blog [06.01.2012]
I SINDACATI E LA MAFIA
Gianni Pardo

Nel 1974 Edward Heath chiese agli elettori: Who governs Britain?”, chi deve governare l’Inghilterra? La scelta era tra il Parlamento e i sindacati. Gli inglesi risposero: i sindacati. E il povero Paese ripartì per un altro giro di decadenza. Ma poi i minatori colmarono la misura con uno sciopero assurdo, e dopo mesi e mesi di braccio di ferro dovettero arrendersi alla fermezza di Margaret Thatcher. Ciò fece definitivamente cambiare il vento e l’Inghilterra ripartì, ma non per un altro giro di decadenza.

In Italia questo non è ancora avvenuto. Qui i sindacati sono riusciti ad impedire che si desse completa attuazione alla Costituzione per la parte che li riguarda; non hanno mai presentato i bilanci delle loro colossali organizzazioni; si sono sempre comportati come un contropotere con cui il Parlamento doveva fare i conti e che non era responsabile nei confronti di nessuno. “Contropotere” forse non è il termine esatto: quello giusto è potere, nel senso di Montesquieu. In Italia infatti invece di tre ne abbiamo avuti quattro: il legislativo, l’esecutivo, il giudiziario e il sindacale. Con una certa prevalenza degli ultimi due.

I sindacati sono arrivati ad imporre a tutti una sorta di timore reverenziale. Nemmeno i giornali, capaci di mordere chiunque ai polpacci, osano dirne male. Essi comandano anche nelle redazioni, se è vero che un nuovo Direttore deve avere il loro gradimento. Per tutto ciò ha costituito notizia leggere sul Corriere della Sera(“Rito fuori tempo” di Sergio Romano 04.01.12) una semplice, banale verità: è normale che i sindacati siano sentiti dal governo, ma non devono pretendere un “condominio nell’esercizio del potere”. Hanno funzioni importanti, “ma tra queste funzioni non vi è quella di concorrere al governo del Paese”. E invece un ministro che ha osato dire che dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori “se ne poteva discutere”, è stato pressoché linciato. La Costituzione si può modificare (art.138), lo Statuto non si deve toccare.

Il problema è annoso. L’attività istituzionale dei sindacati non dovrebbe avere nessun rapporto né con la politica né con l’attività legislativa e invece la loro pretesa di determinare la linea del governo è stata spesso evidente. E mentre non è reato l’attività antigovernativa, è stato creato un illecito particolare, l’“attività antisindacale”. Se necessario sanzionato penalmente dal magistrato.

Susanna Camusso, segretario generale della CGIL dal 3 novembre 2010La soggezione della nazione, dinanzi a questo potere sovrano, diviene timore reverenziale dinanzi alla Cgil e terrore dinanzi alla Fiom, cui anche gli altri sindacati sentono di dover riconoscere una sorta di primogenitura.

Forse l’insolito coraggio del Corriere della Sera dipende dal fatto che gli italiani, pur mettendoci più tempo degli inglesi, hanno capito che l’alternativa non è più “il governo cede o il governo non cede”, ma “o si calano le pretese o la fabbrica chiude”. In Inghilterra ha vinto il governo, da noi ha forse vinto la necessità economica. Una pura e semplice recessione che non fa sconti a nessuno.

La storia può avere un corollario interessante. Il potere non significa nulla se non può imporre la propria volontà: l’amministrazione della giustizia sarebbe un vaniloquio se, accanto ai magistrati, non vi fossero i carabinieri. Purtroppo lo stesso meccanismo funziona per qualunque organizzazione. La mafia ottiene il pizzo perché l’esperienza ha insegnato a tutti che chi non lo paga può andare incontro a grandi guai. I mafiosi in certi posti comandano perché sono più temibili dello Stato. Il vero potere non deriva dalle norme di legge ma dalla capacità di incutere timore. Ed è questo che ha dato tanto potere ai sindacati.

Temendo l’impopolarità e la sinistra, lo Stato ha a lungo permesso ogni sorta di soperchieria: dal blocco delle strade e delle ferrovie agli scioperi per riottenere la riassunzione di dipendenti ladri. Chi è stato audace ha finito col comandare, chi è stato timido ha dovuto obbedire. E infatti il capo della Cgil è sempre stato più importante di un ministro.

Dunque il “Corriere” si rassegni. È inutile farne una questione giuridica. Se veramente il governo Monti resisterà agli ordini della Cgil non significherà che i sindacati hanno capito che non hanno il diritto di “cogestire” il Paese: significherà semplicemente che le Borse e il tasso di disoccupazione hanno fatto cambiare il vento. A suo tempo la storia ha risposto a Heath che comandavano i sindacati; la recessione – e un erario dalle casse vuote – potrebbero dire ai sindacati che forse loro possono comandare al governo, ma nessuno comanda l’economia.